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Tempesta cerebrale

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V. Van Gogh, Notte stellata

 

 

EDMIR

L’INTROSPETTIVO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PIOGGIA SOLITARIA

 

Cammino sotto la pioggia incessante, l’ombrello, ultimo baluardo contro la natura,

 nella destra, la sinistra in tasca, lo zaino ,insolitamente leggero, aggrappato alle spalle.

Le gambe si muovono in modo autonomo, una segue l’altra secondo un modus operandi già testato.

Il tragitto è lo stesso, la meta non sfugge, aspetta lì. Si sentono indistintamente le gocce d’acqua andarsi a suicidare contro il tessuto sintetico dell’ombrello. Toc, Toc, Toc.

Il mondo attorno a me si protegge e si rintana, cerca sicurezze, cerca calore, cerca pace.

Io sono un puntino di questo mondo, solo, intento a intraprendere il suo destino proprio come una goccia d’acqua che scende sola dal cielo e sola va a finire la sua breve esistenza. Il mio cammino, pieno di deviazioni, mi ha portato qui, ora.

Chiudo l’ombrello, mi faccio travolgere dall’acqua, sono in balia della natura, ne faccio parte. Goccia dopo goccia, passo dopo passo non mi sento più così solo.

Qui, ora, sono parte di un qualcosa, il mio tragitto, il mio percorso, non è più solitario, per un breve tratto si è incrociato con Lei, da cui tutto nasce e tutto perisce.

I pensieri si impossessano di me, penso a chi sono, a chi ero e a  chi diventerò. Domanda su domanda, senza risposte, avanzo nel cimitero delle lacrime.

Quello scorrere continuo lava via le fatiche e gli istinti irrazionali di un’intera giornata che volge alla sua opaca conclusione. Sento quel senso di libertà acquisita che solo l’infinito sa darti.

Momentaneamente slegato da ogni condizionamento, la mia mente si libra tra i suoi meandri più nascosti.

Ricordo così tutte le volte che sono stato maltrattato, giudicato, istigato, schivato-una goccia scende veloce da una nuvola lontana- ricordo quando sono stato deluso, raggirato, escluso- la goccia si avvicina sempre più a terra- ricordo le false amicizie, gli inutili amori, le folli passioni, i grandi rimorsi-la goccia è prossima a concludere la sua esistenza- ricordo gli sguardi, gli abbracci, le risate, i baci- la goccia è all’altezza dei miei occhi- ricordo le lacrime vere e quelle false-la goccia non è più.

La mia meta si staglia in lontananza, come una lanterna in una stradina soffocata dalla nebbia. Mi aggrappo a lei, mi faccio trasportare e condurre, ciecamente fiducioso.

Solo allora riapro l’ombrello, mi ri-immergo nella mia schifosa solitudine e inizio a respirare l’aria malsana propria degli uomini.

Per oggi sono stato in compagnia abbastanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SOGNO REALE

 

È il buio più totale.

Poi, all’improvviso, ecco la luce che si avvicina, accecante, ignota.

Lei è davanti a me, semplicemente unica nella sua astrazione.

Il viso, a tratti pallido, presenta linee definite e perfette.

La fronte, più alta del normale, le dà un’aria infantile.

Le sopraciglia, curate fino all’inverosimile, coronano d’alloro la figura.

Gli occhi, d’un blu disarmante, sembrano contenere il segreto dell’infinito, e non smetterei mai di fissarli.

Gli zigomi, inaspettatamente rosei, la rendono femminile.

Le labbra, rosse come il sangue, invitano a scoprirne i misteri.

Il mento, leggermente squadrato, è la più degna conclusione di questa sinfonia.

I capelli ,d’un nero cupo, scendono ribelli verso le esili spalle.

Il corpo, sintesi perfetta tra curva e linea, induce al peccato.

Un vestito rosso fuoco la avvolge, di seta credo, e ogni suo movimento diventa estasi.

Intorno a me una stanza in cui non sono mai stato. Sdraiato su un letto privo di lenzuola, la vedo avvicinarsi.

Le gambe, che pudicamente si scoprono per poi subito ricoprirsi, sono come alabarde, pronte a difendere il tesoro più grande.

I piedi, piccoli e leggeri, sembrano sollevarsi da terra.

Un passo, poi un altro, poi di nuovo uno, in una prassi ammaliante.

Ed eccola, ai piedi del letto. Si mette gattoni e avanza verso di me che immobile attendo.

Come una tigre che sa di incutere soggezione e lentamente si avvicina alla preda atterrita, così lei si muoveva. Ricordo lo sguardo, quegl’occhi dai quali non riesco a staccarmi.

Non sento più il mio corpo.

Lei si ferma a un palmo dalla mia faccia. Mi blocca ciò che credo siano le mie braccia, e protende il suo viso verso il mio.

Non posso non fissare le labbra, che diventano sempre più rosse.

Ormai sono suo.

Apre dolcemente la bocca, mostrando una un sorriso accecante.

Solo allora li noto, quei canini un po’ troppo sporgenti e quel rivolo di sangue che da essi sgorga.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INCONTRO CON UNA PERSONA

 

I jeans neri avevano tasche piccole dove il cellulare e il portafoglio entravano a fatica. Ai piedi, le scarpe comprate da poco, facevano un male cane, colpa della malsana idea di mettere i fantasmini. La camicia aveva i primi due e l’ultimo bottone aperti, il che permetteva di sopravvivere anche con 42 gradi di temperatura. Al polso sinistro l’orologio sempre in orario, a quello destro un braccialetto di cuoio. I capelli arruffati davano quell’aria mista tra straccione e ribelle.

Ero seduto in una panchina della villa comunale. L’ombra di un olmo non riusciva a rinfrescarmi quanto io sperassi. Di fronte a me una mandria di bambini tra i 5 e i  10 anni erano esaltati dai miseri giochi del parco.

Nella stradina che tagliava a metà la villa, una sfilza di mamme passava senza interruzione, trascinando i passeggini come zavorre.

Erano le 5 del pomeriggio.

Alzai gli occhi al cielo per saggiarne la consistenza. Una fulmineo raggio di luce mi accecò. Riabbassai lo sguardo, pensieroso.

Pur ammettendo di essere arrivato 5 minuti in anticipo, non sopportavo che lei fosse mezz’ora in ritardo. Era una sua abitudine.

Come quasi tutto il gentil sesso, piuttosto che arrivare in onorario si sarebbe tranciata una gamba.

Un gruppo di rondini fendeva l’aria. Una di loro scese in picchiata e si posò di fronte a me, mi guardò, strabuzzò gli occhi girando la testa di lato. Capii che si prendeva gioco di me, forse mi suggeriva che la camicia era troppo formale. O forse erano le scarpe?

Le 5 e 5. La chiamai. Non rispondeva.

Battevo nervosamente il piede a terra. Ormai la sudorazione aveva annientato le ultime difese erette dal deo-spray che mi ero messo.

Era la quarta volta che uscivamo insieme. La terza da quando stavamo insieme. La seconda da quando lei l’avevo detto ai suoi. L’ultima se non si fosse sbrigata.

All’improvviso intravidi una ragazza dai lunghi capelli biondi ondulati. Pensavo fosse lei, ma mi sbagliavo.

Ricordo ancora quando la conobbi la prima volta. Io stavo parlando con una mia amica quando all’improvviso mi accorsi di questa ragazza bionda che si era avvicinata a noi 2. Mi arrivava poco sotto il naso e aveva degl’occhi di un marrone limpido, chiaro. Si presentò mostrandomi un sorriso che mi paralizzò. Era bella, di quella bellezza che necessariamente piace, come disse Kant.

Nel campo di calcio adiacente al parco iniziavano ad affollarsi i primi ragazzi che, tralasciati i compiti a metà, erano pronti a giocare con chiunque fosse capitato.

Nella panchina accanto alla mia, una coppietta di anziani si godeva l’attimo di felicità che derivava dalla visione di tutta quella giovinezza.

Sorrisi mentre li osservavo.

Lei era sicuramente la persona più solare che avessi mai conosciuto. Ogniqualvolta la incontrassi, non so come facesse, ma rideva sempre. Rideva e sembrava l’incarnazione della spensieratezza. Era un esempio vivente del fatto che la vita potesse essere bella.

Sinceramente non saprei dire perché accettò di uscire con me, so solo che mi sentivo veramente fortunato.

Erano le 5 e 15. La pazienza ha un limite, e il mio limite era finito già da 20 minuti.

Provai a richiamarla. Nulla. Era dalle fine delle lezione che non la sentivo e temevo se ne fosse dimenticata, anche se non era da lei. Aveva una memoria terrificante per tutto ciò che io non mi ricordo mai, tra cui anniversari e roba varia.

Il caldo mi avevo dato un po’ di tregua. Non mi ero neanche accorto del fatto che alcune nuvole avevano parzialmente ricoperto il sole. Mi passò davanti una coppietta di fidanzatini che si tenevano teneramente per mano. Si fermarono di fronte a me. Si guardarono e iniziarono a baciarsi. Avrei voluto che un fulmine li polverizzasse.

A scuola. Era lì che le avevo dato il primo bacio. La sera prima c’era stato il nostro primo appuntamento. Eravamo usciti per una passeggiata al lungomare. La temperatura era tiepida. Lei era perfetta. Io pregavo di non fare figuracce. Avevamo preso un gelato e ci eravamo seduti a parlare. Era una ragazza semplice e gli argomenti saltavano fuori spontaneamente. Senza accorgercene, si era fatta l’una e mezza. Dovevo riaccompagnarla a casa.

Le mandai un messaggio: o si sbrigava, o me ne andavo.

Le labbra. Aveva delle labbra sottili. Il bacio era stato bello, semplice, naturale.

Mi alzai in piedi, mi sistemai camicia e jeans, e inizia a passeggiare intorno al parco per sgranchirmi le gambe.

Erano le 5 e 25.

Ricevetti un sms dal cellulare di sua madre. Tornando a scuola era caduta dalla bici e si era slogata il polso. Ora era all’ospedale a farsi medicare e aveva il cellulare spento. Si scusava di non poter venire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA MUSICA

La sala era affollata all’inverosimile. Centinaia di ragazzi, di giovani, di adulti, in piedi uno appiccicato all’altro. L’aria mancava sempre più, la voglia di evadere era tanta. Perché non uscire? Perché non andare semplicemente al cinema? Marco non lo capiva. Lui le discoteche le frequentava a volte, ma preferiva la calma. Purtroppo la sua ragazza aveva voluto andare a quella serata e lui, a lasciarla sola, non ci pensava affatto.

Ogni volta che entrava in quel rettangolo pavimentato, con quel soffitto troppo alto, dopo aver fatto un’ora di fila, si chiedeva –ma chi cazzo me l’ha fatto fare?-

Poi però accadeva.

Il dj, acclamato dalla fola, fa il suo ingresso trionfale, come un tempo Cesare o Augusto.

Si sistema alla console, mette il disco, e là inizia lo spettacolo.

All’inizio c’è come sempre quella musica monotona, che prepara l’atmosfera, come un bombardamento prima di un attacco da terra.

Alcuni iniziano a saltellare. Il vj comincia spronare il delirio, con frasi calibrate, chirurgiche. La musica in sottofondo da i primi accenni di cambiamento. La gente si prepara. La voce proveniente dal palchetto inizia il suo rituale – Su le mani al cielo!, voglio vedere quelle cazzo di mani al cielo!- l’imperatore, dalla sua postazione segue ciò che la voce dice, o così sembra.

La musica si fa più forte, più veloce, più irrequieta, senza limiti all’euforia.

Un ammasso di carne umana si alza e si abbassa a tempo di musica.

I preliminari sono stati effettuati, la pazzia inizia. Accarezzando dischi di vinile, quell’eroe moderno riesce a far pendere dalle sue dita 3 generazioni contemporaneamente.

Il ritmo penetra nelle ossa, i muscoli si sentono liberi di agire da sé, la voce viene fuori volontaria, in un grido di piacere.

Luci apparentemente divine bloccano il tempo in continuazione, e tu ti senti solo, unico al mondo, felice di esserlo.

L’adrenalina pervade il corpo, l’anima e la ragione. Il resto è pura follia.

 

Non voglio che finisca!

Questo fu il pensiero di Lucia. Lei, in piedi sul palco, la chitarra tra le mani, si sentiva in uno stato di assuefazione, di libidine.

Le dita si muovevano sullo strumento in modo meccanico, spinte da un qualcosa che dal suo profondo usciva ferocemente. Le note aspre, dure, severe che ne venivano fuori, erano per lei dolci e leggere, e temeva si frantumassero.

Sul palco il resto della sua band seguiva lo spartito, in modo servile. Così il batterista, che non guardava neanche il suo strumento, troppo preso dalla favola che ne derivava. Così il bassista, che teneva il suo basso elettrico a 5 corde warwick in una perfetta simbiosi con il suo corpo, come se quello strumento fosse il terzo braccio che non aveva mai avuto.

Il tastierista era come impossessato dalla demonio mentre con la testa si muoveva ritmicamente su e giù, imitando col corpo le note che suonava.

Il cantante esprimeva col fiato quella sua liberazione. La voce possente competeva con la musica.

Lucia guardò per un attimo quel meraviglioso organismo che funzionava da sé, che era la sua band, poi guardò la folla che urlava estasiata, poi richiuse gli occhi, e sperò davvero che quell’attimo fosse eterno.

 

Sara era seduta in platea, a metà circa dell’enorme teatro.

L’orchestra sinfonica ormai creava emozioni da mezz’ora circa. Il concerto op 61, di Beethoven era uno dei brani che più le piaceva, soprattutto per un fatto, la presenza del violino. In quell’opera soprattutto, ma in tutte le altre dove vi era quello strumento divino, lei lo riconosceva subito, tra mille suoni diversi, e appena udito, iniziava a farsi trasportare dalle note leggiadre e forti allo stesso tempo che questo nobile strumento di elevazione morale riusciva a produrre.

Si immaginava se stessa in una barca di carta, in mezzo a una distesa di acqua senza fine, in balia delle onde. Quelle manifestazioni assolute della natura, potenti e incontrastabili, non la intaccavano, semplicemente la trasportavano dove esse volevano. Così lei si sentiva in balia delle note, nel mare del pentagramma, tra un do e un fa.

La sua vita sempre indaffarata e priva di attimi di pura libertà, le negava il privilegio di sognare la notte.

Forse per un istinto di autoconservazione, aveva iniziato a sognare ascoltando il violino, e da lì, era diventata più serena, più calma, più felice, in armonia col resto del mondo, come le note del violino nel concerto op 61.

 

Luca aveva posato l’ipod a terra. Sotto l’albero del giardino, una leggera brezza gli scompigliava i capelli, facendolo sentire bene. Una serie di circostanze, di eventi che si erano susseguiti senza fine, ansie, paure, pressioni, prove, avevano messo a dura prova la sua psiche.

La vita per i giovani, è vero, è più semplice di quella degli adulti, ma attenti a non sottovalutare le pressioni che proprio gli adulti fanno sui giovani, quasi per scaricarsi delle proprie.

Vivere una vita sempre al limite dell’umanamente sopportabile è dura, soprattutto se hai 16 anni.

Per questo Luca ora era sotto quell’albero, in balia di quella brezza.

Aveva bisogno di rilassarsi, semplicemente, finalmente. Aveva voglia di non pensare, di dar tregua alla sua mente.

Seduto, ai piedi del pino, voleva l’unico mezzo in grado di allietarlo, il silenzio.

Tra i mille suoni che offuscavano ogni giorno la sua mente, solo uno era degno di nota, il silenzio.

Nel silenzio la mente si libera, torna alla sua forma primordiale; nel silenzio i pensieri riescono ad accavallarsi e a scomparire senza che tu ti sforzi; nel silenzio la sola interlocutrice che hai è la natura, che sa ascoltarti, sempre, e sa confortarti, con una brezza, con un’ombra, con un cinguettio.

Nel silenzio si torna ad essere uomini.

 

La musica è, secondo me, introspezione. Musica  è tutto ciò che ci da emozioni, che ci suscita turbamento interiore, che ci alza la pressione del sangue, che ci fa sognare, vagando con la mente nell’assoluto. Musica è amare, odiare, piangere. Musica è un bacio, un abbraccio, uno schiaffo. Musica è house, metal, classica. Musica è armonia tra il tutto.

Musica però, prima di tutto, è silenzio. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FALSA REALTA’

 

Rimasi sconvolto, semplicemente.

Non mi ricordo bene come saltò fuori l’argomento, era l’ultima ora di un sabato e la prof di latino non aveva molta voglia di spiegare e per nostra grazia neanche di interrogare.

Il giorno prima era stato il giorno fatalmente noto a tutti per la vicenda dell’attento alla scuola di Beslam.

Forse fu quello l’incipit.

-ragazzi, non so se sapete, ma anche qui è accaduto un attentato simile.-

-Che cosa?- fu il coro che si alzò dall’aula.

Il resto dell’ora fu impiegato a spiegare ciò che sembrava una battuta mal riuscita.

Era il 25 Novembre 1966. Un venerdì. La nostra prof all’epoca era poco più che un’adolescente

Faceva freddo, la temperatura era scesa sotto lo zero, il che è un evento raro per una città come Palermo.

Il nostro liceo, all’epoca, era solo per maschi, in particolare, era frequentato dai figli di importanti industriali, avvocati,giudici e medici.

Erano le ore 8 e 50. La campanella aveva dato da poco inizio alla seconda ora quando una trentina di uomini aveva sfondato il cancello principale a bordo di 3 fuoristrada e 2 furgoncini neri, mentre un’altra jeep bloccava l’uscita sul retro.

Il gruppo, vestito completamente di nero, con il volto coperto da passamontagna , era entrato nell’edificio seminando il panico ovunque.

Impugnavano degli ak 47 e delle mitragliette leggere mp5, poi scoperte essere state rubate da un deposito dell’esercito a Vizzini.

Appena entrati erano andati in modo sistematico nelle varie aule, due per ognuna.

Presi tutti gli alunni, gli insegnanti e i vari collaboratori e condotti nell’auditorium, si erano disposti nell’edificio in modo da coprire tutti i punti nevralgici e più scoperti.

Solo allora era arrivata la polizia. Subito, l’ispettore Del Bono, addetto al caso, aveva fatto chiamare i Ros. Gli uomini si era presentati come appartenenti a ‘La Falce rossa’, gruppo brigatista che si era creato nella’area calabrese e siciliana da pochi anni.

Chiedevano la liberazione di una serie di loro affiliati arrestati da poco in una maxi operazione antiterrorismo e ,a questo, aggiungevano la causa ideologica- Anarchia piuttosto che capitalismo-

La notizia fece rapidamente il giro della nazione e fu sui giornali principali del mondo.

La mia prof aveva sentito la notizia alla radio, mentre era a letto per colpa di un raffreddore stagionale.

Il panico invase la città, in una febbrile sollecitazione. I parenti degli oltre 1500 sequestrati si erano ammassati davanti l’edificio, dietro le linee della polizia.

Le trattative si erano protratte a lungo, per circa 7 ore, senza arrivare a nessuna risoluzione. I terroristi non accettavano compromessi.

Nel frattempo erano state inviate truppe di supporto da tutt’Italia.

Del Bono, che era rimasto a capo delle indagini, era riuscito a far entrare un suo uomo che doveva portare del cibo e dell’acqua, visto che si erano fatte le 5 del pomeriggio.

Da lui, aveva scoperto che tenevano i sequestrati a tiro e che il loro capo, dall’accento catanese, sembrava un fanatico religioso, ma in realtà era molto deciso e fermo nelle scelte.

Dopo altre ore di estenuanti compromessi, era stata accordata la liberazione di 100 studenti, i più piccoli.

Le trattative ormai erano bloccate dopo il rilascio di quegl’unici studenti.

Girava la voce che i Ros stessero per fare irruzione, atto che a detta di molti era una follia.

Erano le 8 di sera, la temperatura era scesa a meno 5.

L’attacco era ormai pronto, serviva solo il via libera.

Fu allora che la campanella suonò.

-Bene ragazzi, io devo scappare che ho una vista dal dentista, se voi volete sapere come andò a finire, andate a fare qualche ricerca sul web-

-nooooooooooooooooo!- fu l’esclamazione generale della classe, ma la prof era ormai fuori.

A casa io feci la ricerca e scoprì che l’irruzione era stata fatta e che erano morti 50 tra studenti, personale ATA e insegnanti. I terroristi erano stati tutti uccisi e Del Bono, per la vicenda, era stato radiato dall’arma.

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Marcel Duchamp, L. H. O.O.Q.

 

 

 

 

SILVIA

L’UMORISTA

 

 

 

 

 

 

INSIGNIFICANTE ALLUCINAZIONE

«Ancora due minuti, e la sveglia suonerà.» Pensavo intensamente tenendo in mano il diabolico congegno. La giornata non era mai positiva quando mi svegliavo prima del necessario. Mi chiesi perché. Forse un risveglio che non mi strattonasse bruscamente non era credibile, o non abbastanza sentito. Il risveglio deve essere sentito, altrimenti la mattina non può partire. A questo punto decisi di non proseguire oltre, data l’ora inadatta a ragionamenti del genere, che peraltro non dimostravano una direzione sensata. Mi vestii e scesi a fare colazione. Pochi anni prima la casa era più completa, più colorata: da quando il regime aveva ordinato la soppressione di ogni forma d’arte impropria, mio padre aveva eliminato tutti i quadri, tutti i libri, tutti i dischi. Nemmeno ricordavo più quelle impolverate e stupide canzoni che mi facevano sentire così bene. Proprio lui incontrai, mentre ancora spettinato ed in pigiama appendeva il ritratto del Capo sopra al tavolo della cucina. Senza dire nulla presi un po’ di caffè e tornai in camera mia. Lui era troppo occupato a far entrare l’occhio indiscreto del fanatismo anche nella nostra modesta cucina. Ciò che mi impediva di aderire a qualche movimento rivoluzionario suicida probabilmente era il mio formidabile disinteresse per qualsiasi questione di importanza interpersonale. Tuttavia quel giorno, scesa in strada per andare a scuola, quando finii di respirare il freddo pungente, il silenzio tombale della città mi sembrò più pesante del solito.

Il percorso non era eccessivamente lungo in termini materiali, ma i manifesti, l’ordine ostentato ed il freddo invernale facevano tacere perfino le macchine. Ero distratta e urtai uno spazzino. La pulizia era importante quanto la sottomissione, ma chissà perché gli “operatori ecologici”, come dovevamo chiamarli, non godevano degli stessi privilegi assicurati ai migliori lacchè della società. Quella figura scarna e affaticata era l’unico elemento che rompeva la regolarità artificiale di quel momento. «Mi scusi, non l’avevo vista.» dissi con calma, ancora parzialmente assorta. Quando quel volto smunto mi mostrò un sorriso di una benevolenza che mai avevo conosciuto, presentii qualcosa di inusuale nell’aria mattutina. Senza cambiare espressione mi offrì una stretta di mano. Io la accolsi serena, quasi cercando di imitare quell’espressione beata, finchè all’improvviso non sparì dal viso dell’uomo. Con uno scatto improvviso delle braccia mi afferrò la testa. Tentai di svincolarmi dalla sua presa mentre l’odore forte dei suoi vestiti e delle sue mani mi disgustava più della sua vista così ravvicinata. Impotente, allentai le resistenze per un attimo. Lui mi girò il capo, e mi soffiò prima in un orecchio, poi nell’altro. La sensazione fu insopportabile, probabilmente il mio udito era diventato ancora più delicato non avendo sfiorato un paio di auricolari o di cuffie per anni. Quando mi riscossi era sparito. E sentii dei suoni familiari. Mi guardai intorno. Non c’era nessuno. Il volume di quelle musiche cresceva, finchè non passai dal sentire all’ascoltare. Rimasi immobile. Chiusi gli occhi. Riuscivo a vederla. La musica.

Era come una sfilata, un insieme di tutte le melodie che più avevo amato mischiate a dei colori confusi sparsi nella mia palpebra che, ferma, racchiudeva in quell’unico istante la danza più sfrenata della mia vita. Era come comunicare con una divinità indipendente, a cui non importava di essere venerata ma solo ammirata. Un’entità capace di emozionarmi nelle maniere più disparate ed insensate, che aveva voluto in quell’istante dimostrarmi di non avermi mai abbandonato. Avrei voluto afferrare ed abbracciare quel vortice di suoni e luci, che potevo vedere solo ad occhi chiusi.

Una mano ferma e decisa mi prese i capelli e li strattonò con violenza. Evidentemente, era la realtà di quegli anni che tornava ad imporre la sua voce ruvida e sgraziata.

Mentre riaprivo gli occhi mi accarezzavo la nuca ancora sofferente.

In quell’istante iniziarono le ore, i giorni, e gli anni interminabili che impiegai a convincere me stessa che tutto ciò era stato solo un’incolore ed insignificante allucinazione. Senza ottenere risultati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PROBLEMI DI CONCETRAZIONE

Fissava intensamente il libro di filosofia. L’atto di fissare intensamente aveva vari significati per lui. In primo luogo, dimostrava il fatto che dopo tre ore di studio di quella materia, a suo parere ignobile, il suo cervello “finemente scientifico”, come adorava definirlo, doveva essersi definitivamente sgonfiato. Non scoppiato, né sbriciolato, l’immagine del suo afflosciamento era fondamentale a definire ciò che stava accadendo nel suo cranio. In più, cercava di sperimentare un nuovo metodo di studio, provando a trasferire le parole dal libro alla sua mente con il solo utilizzo dello sguardo, analogamente a quando, studiando storia, si era piazzato il libro aperto sulla testa aspettando pazientemente qualche informazione.

Quando riuscì a tornare in sé, più o meno incolume dalla precedente esperienza transcorporea, guardò l’orologio. Un orologio da taschino. Non c’erano motivi particolari per cui possedeva quell’aggeggio, non apparteneva a qualche illustre antenato, non l’aveva trovato in qualche luogo storicamente importante. Un giorno aveva visto un film con un tale che portava l’orologio da taschino, e gli era venuta voglia di comprarsi un orologio da taschino. Niente di più semplice.

Era mezzanotte. Lanciò un’ultima occhiata al libro di testo, ed iniziò un poco impegnativo processo di autoconvinzione a fermare i minuti interminabili che in quella giornata stava miracolosamente dedicando alla materia umanistica. Difatti, non gli fu difficile: la filosofia è fondamentalmente inutile, non serve alla sopravvivenza dell’uomo, non fa che esporre ed elogiare le idee di persone con seri problemi psicologici, e comunque le interrogazioni relative ad essa comprendono una buona parte di improvvisazione.

Fu così che chiuse solennemente il libro, quasi a voler compiere un gesto plateale davanti ad un invisibile pubblico appostato nella sua camera.

Amava fondamentalmente tre cose: se stesso, la matematica, e dormire. Era talmente stanco che sentì il bisogno di sdraiarsi. Le gambe quasi gemettero nel momento in cui ricominciò ad utilizzarle, alzandosi dalla spesso maledetta sedia. Pochi passi più tardi era già nuovamente seduto, ma il suo posteriore non soffriva più nessun peso culturale, nessuna severa durezza legnosa, solo il morbido e fresco materasso. Fu quando si sdraiò che anche la schiena pretese di intervenire, e si rilassò del tutto solo dopo qualche deciso lamento. Si sentì particolarmente vecchio. “Vecchio” era la parola giusta. “Anziano” gli sembrava troppo comprensivo. Tutta colpa della filosofia. Chiuse gli occhi. Le parole eleganti del libro gli passeggiavano ancora in testa. Provò una sincera inquietudine a pensare che magari, se si fosse addormentato in quel momento, sarebbero rimaste intrappolate nel suo cervello per sempre. Riaprì gli occhi di colpo, ma un forte bruciore gli fece strizzare una lacrima spontanea. Ancora con lo sguardo socchiuso, guardò l’interruttore della luce sopra il suo braccio, così vicino, così comodo. Poi diede un’occhiata alla sua figura distesa, chiedendosi se fosse in grado di rialzarsi prima di una quantità di ore considerevole. Percepì il cuscino abbracciargli la nuca. A quel punto mandò al diavolo tutto, spense la luce e chiuse gli occhi, abbandonandosi ad uno dei sonni più profondi e pacifici che avesse mai fatto. Quando la sveglia suonò, sette ore più tardi, si alzò di soprassalto, e la stretta allo stomaco che spesso doveva fronteggiare prima delle interrogazioni si fece sentire, dandogli il buongiorno per prima. Pensò che era tutta colpa della filosofia. Come sempre.

 

 

 

 

 

 

RACCONTO BREVE SULL’AMORE

Era una giornata come tante quando mia madre mi svegliò chiamando.«Alzati Silvia, oggi devi partire un po’ prima, piovono ragni, ci sarà un sacco di traffico.» Alzai il capo per guardarla in faccia e risposi interdetta:«Piovono ragni? A marzo?». Così mia madre si lasciò andare allo sfogo giornaliero con cui denigrava quei dannati ambientalisti che stavano rovinando il clima della terra. Si alzava sempre prima di me, in quanto la scuola per lei cominciava verso le 8, ed io invece dovevo essere al lavoro alle 9. Nonostante adorassi dormire, sospiravo ogni giorno pensando a quando sarei invecchiata, godendo della mia maturità al liceo. Quando fui pronta per uscire, lei era già partita insieme a mio padre alla volta dell’istituto. Li guardai allontanarsi in bicicletta con un solo ombrello per entrambi. Odiavo le piogge di ragni. Tutti le odiavano. Quando arrivavano le scrosciate fitte non si vedeva ad un palmo dal naso per strada, e, cessato il supplizio, sull’asfalto regnava un pantano incredibile. Tuttavia, da diversi anni ero ormai rassegnata alla mia monotona vita. Non tutti potevano vantarlo a soli 15 anni. Quando arrivai in ufficio, la mia scrivania era attorniata dai colleghi, che la rendevano brulicante di chiacchiere già di prima mattina. Chiesi dunque se fosse capitato qualcosa.«Stamattina il direttore delle vendite è stato investito da un nano che guidava ubriaco una Lambretta.» mi disse Michele, mio coetaneo e fidato collega da anni. Mi unii al sorriso collettivo e aggiunsi:«Sono felice per lui, se l’è meritato.». Dopo un altro breve chiacchiericcio esaltato, gli impiegati ripresero posto. Tutti tranne Michele. Attese qualche secondo che mi sedessi prima di parlare.«Ci pensi mai a quando arriverà il nostro momento?». Io rimasi sognante, sorridendo al soffitto.«Ogni giorno. Vorrei che fosse in una foresta sperduta, magari con un po’ di nebbia, e con due cavalli che mi strappano le viscere a morsi…» Poi tornai a guardarlo negli occhi, che trovai più luminosi e coraggiosi del solito. Per interrompere quell’istante decisamente imbarazzante, gli chiesi se lui, invece, ci avesse mai pensato. «Quando morirò,» iniziò a dire con un accenno di insicurezza, «vorrei che fosse per mano tua.» Strabuzzai gli occhi per un istante. Il cuore mi sobbalzava prepotentemente nel petto. Nessuno mi aveva mai detto niente del genere. Non ebbi tempo di dire nulla, poichè mi prese la mano emozionato e la strinse forte, quasi facendomi male, nonostante ormai non sentissi più nulla. «Silvia, non vorrei sembrare troppo avventato, però mi piacerebbe che a pranzo venissi con me a fare dei castelli di fango». Cercai di ricompormi al meglio delle mie capacità. Non volevo sembrare felice, lui sarebbe stato troppo soddisfatto e non se lo meritava. Assunsi un tono distaccato e dissi:«Perché no. In fondo oggi non ho nulla da fare a pranzo.» Michele sembrava non aver nemmeno avvertito la mia falsa indifferenza, ormai era troppo contento, oppure io avevo sopravvalutato le mie possibilità.

Dopo pochi minuti ero al lavoro, cercando di evitare pensieri che comprendessero Michele, il fango o le sardine sottovuoto. Mi concentrai sui miei compiti. Ero la responsabile degli acquisti di una piuttosto ricca azienda che produceva plastica commestibile. L’unica spinta che ricevevo nel fare eccellentemente il mio lavoro pur odiandolo, come è giusto che sia, era il fatto che la plastica rappresentava una delle pietanze migliori che avessi mai mangiato. Una fornitura gratuita mensile faceva il resto.

Quella che fu l’ora di pranzo è futile da raccontare. Ci sono stati sorrisi, risate, un bacio e perfino un “ti odio”.  Il primo a dirlo ovviamente è stato Michele, un attimo prima di inciampare in una libellula cadendo rovinosamente giù per la collina fangosa, fracassandosi la spina dorsale. Una vertebra gli si conficcò in un polmone, un’altra gli uscì dalla bocca. Le gambe gli si erano accorciate ed un braccio era girato al contrario. Quando lo raggiunsi correndo avevo le lacrime agli occhi dalla gioia. «Credo che tu stia morendo.» dissi felice. «Lo spero Silvia, ma avrei preferito che mi avessi spinto tu.» Abbassai lo sguardo per qualche secondo, quando tornai a guardarlo negli occhi, o almeno in ciò che era rimasto di essi, risposi:«In realtà Michele, ce l’ho messa io la libellula in quel punto.»In quell’istante scoppiò in una risata gioiosa, una sorta di contentezza disinteressata che forse aveva addirittura previsto. Quando si riscosse tossì un po’ di sangue, e mi disse a fatica:«Questo è il giorno più bello della mia vita.»

Nei giorni seguenti i miei genitori mi occuparono il tempo facendosi arrestare tre volte: la prima per aver lanciato un pezzo di carta per terra, la seconda per essere passati volontariamente nello spazio fra una striscia pedonale e l’altra, la terza per aver preso in giro un uomo particolarmente grasso. Mi dimenticai di Michele in meno di una settimana. Tuttavia mi sentivo bene quando pensavo che sicuramente era ciò che avrebbe voluto anche lui.

 

 

 

 

 

 

 

 

Per essere veramente poeta
bisogna ostentare il proprio fascino
oppure cercare di nasconderlo.
Non c'è poesia
senza un personaggio a cui associarla,
che possa esistere o meno,
sia nella realtà
che nella mente di altre persone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FRANCESCA

LA NARRATRICE

 

 

 

 

 

LE VITE DI JILLIAN

Jillian tornò a casa stanca e, soprattutto, di pessimo umore. A scuola aveva sfiorato la catastrofe in un'interrogazione di greco di cui non si ricordava assolutamente nulla. Fortunatamente, la prof aveva sorvolato il suo cognome senza prestarle particolare attenzione, ma la tensione accumulata nell'attesa della chiamata degli interrogati l'aveva lasciata di pessimo umore per tutte le quattro seguenti ore di lezione, senza un motivo preciso. L'autobus che l'aveva portata a casa era gremito di gente ed il freddo che aveva preso possesso di una primavera particolarmente rigida quell'anno, non aveva certo migliorato la situazione. Come se non bastasse, arrivata a casa, la trovò deserta: solo un biglietto sul tavolo la avvisava che sua madre  era dovuta scappare al lavoro per un imprevisto e che non aveva fatto in tempo a prepararle il pranzo; le mandava però un bacione e si sarebbero viste appena fosse tornata dal lavoro. Jillian sbuffò e si guardò attorno, in cerca di qualcosa che le placasse rapidamente la fame e non la facesse faticare troppo tra pentole e fornelli.  Alla fine optò per un panino veloce. Gettò la borsa piena di libri scolastici con malagrazia a terra, vicino al tavolo della cucina; sbattè contro la gamba di legno con un tonfo, provocato probabilmente dal pesante tomo di greco. Mangiò il panino in fretta, guardando distrattamente la tv: Griffin e Simpsons..non male, ma non esattamente un programma appassionante. Riempito lo stomaco, il suo umore non era però migliorato. Andò a fare i compiti di malavoglia, strascicando i piedi e la borsa di scuola.

A peggiorare ulteriormente la situazione, oltre ad una pessima versione di latino in cui Jillian non era riuscita a capire dov'era il soggetto, dove il verbo, e cosa centrassero tutta quella serie infinita di relative, si aggiunse il litigio dei suoi genitori, le cui voce alterate superavano la barriera della porta che la sigillava nella sua stanza. Sbuffò,stanca, stufa ed insoddisfatta. Gettò un'occhiata all'orologio digitale dello stereo alla sua destra. Segnava le 17:56. Non sapendo come passare le ore che la separavano dalla cena senza incrementare la sua dose di malumore con nuovi compiti impossibili,  volse lo sguardo alla sua sinistra,verso la libreria. Si alzò dalla sedia, quasi improvvisamente, rispondendo ad un capriccio, scavalcando le pile di libri che aveva formato gettandoli sul pavimento, costellato ora di stalagmiti che si innalzavano dal basso, non avendo posto sulla piccola scrivania. Si avvicinò lentamente alla libreria, cercando di escludere le voci che provenivano dal salotto. Aprì a fatica le ante di vetro, bloccate da due calamite poste agli estremi. Quando si chinò per scegliere un libro, una zaffata di profumo la investì, forte ed al contempo delicato. Avvicinò il naso alla marea di libri. Profumavano di carta ruvida e riciclata, di inchiostro secco, di plastica sottile usata per le copertine. Ma non era solo questo: l'aroma della carta stampata rimaneva per Jillian un profumo indescrivibile, formato dal singolo odore di ogni minuscolo granello di cui la ruvida carta delle pagine era costellata, a cui si aggiungeva quello di ogni più insignificante goccia di inchiostro che su quella stessa carta si era asciugato. Odoravano anche di pioggia, alcuni libri.

Rimase per qualche secondo ferma lì davanti, cercando il suo piccolo momento di pace. Il suo sguardo percorse la doppia fila di libri stipati sugli scaffali, mentre inspirava profondamente, inalando l'aroma intenso. Alla fine optò per un piccolo libro, dalla copertina scura e morbida, comprato in sconto a prezzo stracciato in una delle sue razzie nella libreria del centro, vicino al liceo. Si accorse che la sola vicinanza dei libri aveva avuto l'effetto di isolarla momentaneamente dal resto del mondo, presa nella ricerca della sua compagnia, solo quando richiuse le ante di vetro, quando le voci dei suoi genitori ricominciarono a farsi sentire, anche più forti di prima. Si chiese chissà che mai avessero da discutere tanto. E litigavano per motivi così futili, poi! Ma, in fondo, Jillian aveva in mano l'amuleto alle tensioni della casa: quel piccolo cumulo di pagine cartacee rilegate e profumate, quella copertina logora per le troppe letture e le piogge subite.

Jillian ritornò alla postazione alla scrivania e si rannicchiò sulla sedia come suo solito. Poggiò il libro sulla scrivania, ma la luce alogena lo illuminava troppo direttamente: le faceva male agli occhi, quella luce riflessa sulle pagine chiare.

Così si girò dalla parte opposta alla fonte luminosa, assumendo una posizione pessima per tutto il suo corpo e sicuramente la più sconsigliata dai medici. Appoggiò la schiena alla scrivania, facendo gravare il peso su qualche vertebra schiacciata contro il legno. Le gambe, contrariamente alla norma, erano spinte contro lo schienale della sedia, anch'esso di legno. Poggiò il libro sulle sue cosce, in modo da averlo comodamente davanti a , e mise il segnalibro scelto alla sua destra, per poterlo prendere facilmente a fine lettura. Quando i suoi occhi nocciola si posarono sulle lettere piccole, nere e perfette, l'incantesimo ebbe inizio immediato: il tempo prese a correre ad un ritmo accelerato, mentre lei rimaneva incantata, sospesa in un tempo rallentato, un tempo di gelatina. E le voci tacevano, escluse dalla bolla in cui il libro l'aveva rinchiusa. Tacevano l'inquietudine dentro di , i litigi con gli amici, le tensioni scolastiche, gli amori sbagliati, tutto veniva sopito dalla nenia silenziosa delle parole magiche, evocative, che generavano un universo parallelo proprio davanti ai suoi occhi. Sì, perchè al posto delle parole non c'erano più lettere, ma persone, luoghi ed animali, parole, discorsi, sofferenze, gioie, lacrime e sorrisi che non erano nemmeno suoi, ma che lei sentiva come se le appartenessero. Amava, piangeva, odiava, lottava, in un mondo idilliaco in cui le sofferenze si risolvevano, in cui i tagli non sanguinavano, vividi, sulla sua pelle, in cui gli amori avevano una fine lieve, logica e, spesso, irreale. E tutto questo si ripeteva ogni qual volta volesse,sempre uguale. Gli avvenimenti non cambiavano e gli eroi e le eroine erano sempre lì, a lottare per la vittoria necessaria e disperata, per il finale migliore e mai scontato.

Aveva sempre vissuto molte vite, Jillian. Visse esistenze mortali ed immortali. Fu uomo e fu donna, giovinetta, anziana, giocatrice d'azzardo e vittima e assassina, guerriera e medico, psicologa, insegnante, aristocratica. Ebbe i capelli blu, ricci, lisci, rossi, a spazzola, legati in code di cavallo perfettamente ordinate. Le comparvero orecchie a punta, occhi rossi, chili di troppo, abilità che non ebbe mai. Viaggiò per tutta l'Europa, l'Asia e l'America, visitando città e paeselli di campagna, al mare ed in montagna. Visse amori impossibili e percorse strade di sogno, viali alberati all'alba della primavera. Conobbe umani, alieni, fantasmi, elfi, gnomi, streghe. E non si mosse mai dalla sua sedia color legno chiaro, e dalla sua pessima posizione assunta, lì rannicchiata.

Jillian staccò la spina e relegò il suo mondo a semplici parole solamente a sera tarda, quando la madre, con le guance leggermente arrossate per la discussione appena conclusa, le venne ad annunciare la cena. Tentò allora di muoversi, lentamente, cautamente. Questa sua attenzione non impedì però alle sue gambe e alla sua schiena indolenzite di protestare energicamente con una fitta acuta, che la fece bloccare. Poi, dopo qualche doloroso tentativo, riuscì ad alzarsi in piedi. Pose il segnalibro in mezzo alle pagine, per segnalare il capitolo, poi posò il libro sulla scrivania, abbandonandolo lì tra i libri di scuola, il dizionario e le penne sparse. Spense la luce che illuminava la stanza e, attraverso il buio, si diresse verso la porta ed uscì per dirigersi in salotto, mentre là, sulla scrivania di legno chiaro, il libro profumato attendeva ancora, pronto, fedele amico, per farle vivere un'altra gioia, un'altra avventura, un'altra vita.

 

LA TEMPESTA

 

La pioggia scrosciava senza sosta e grosse gocce infrangevano la loro folle caduta sull'acciottolato della via semibuia, illuminata solo da sporadici lampioni alti qualche metro dal suolo. Osservavo il brusco temporale estivo dalla finestra, comodamente sdraiato su un divanetto di pelle color cioccolato che occupava l'angolo della mia stanza vicino alla finestra. I piedi, racchiusi in scarpe da ginnastica tanto in voga in quel momento, premevano contro un altro divanetto del tutto simile al mio, posto di fronte. Di tanto in tanto lanciavo uno sguardo verso il cielo, sperando che la pioggia cessasse e le nuvole cupe si diradassero, dando libero sfogo allo spettacolo della falce di luna morente.

La percepii, quando arrivò. Non razionalmente, no, questo è impossibile persino per me, ma la sentii come un formicolio sotto pelle, un tremore dell'aria, una scossa impercettibile della notte tempestosa. Il campanello, che trillò acuto nell'assonnato silenzio del condominio, confermò i miei sospetti.

 

Faceva dannatamente freddo. Ferma sotto uno dei pochi lampioni lungo la via, di fianco all'uscio del suo condominio, stavo tremando per la pioggia che si posava su di me, facendomi gelare. Il mio corto abito di lino giallo pallido, totalmente inadatto in quella serata, mi si era incollato addosso, fradicio e freddo contro la mia pelle. Sentivo i miei capelli appiccicosi e molesti, grondanti acqua, sui quali picchiettavano grosse gocce di pioggia.

Ma nulla di tutto ciò poteva alleggerire il peso che portavo. Mi maledissi mentalmente per la pessima situazione in cui stavo per cacciarmi, tuffandomi nelle fauci di un lupo famelico.

Sollevai il viso verso il cielo, tentando di tenere gli occhi aperti. Per qualche istante ci riuscii e potei vedere le gocce di pioggia che piombavano su di me, rotonde, lucide e perfette, come una cascata di biglie di vetro. Dovetti subito sottrarmi a quella visione chiudendo gli occhi, però, e stetti  per qualche secondo a percepirle senza il senso della vista: appesantirono i capelli sulla fronte già umida, posarono baci sul mio naso sottile, leccarono le mie labbra di rosa e accarezzarono gli occhi socchiusi.

Quando riaprii gli occhi, il bagliore di un fulmine illuminò il cielo, serpeggiando tra le nubi gonfie. Un tuono squarciò il silenzio, rumore di qualcosa di rotto, ed il suo rombo si perse lentamente nel cielo.

- Lo so, lo so..- sussurrai a labbra socchiuse. -E' solo che..non posso farne a meno.-

 

Corsi giù per le scale. I miei piedi saltavano due scalini alla volta, dandomi maggiore velocità, e la mano volava sul corrimano di mogano lucidato. Al piano terra, la piccola cabina in cui solitamente, nelle ore diurne, la portinaia inventava pettegolezzi o si faceva la manicure, era deserta. Saltai gli ultimi tre gradini con un balzo e superai di getto la cabina. Mi fermai di scatto appena di fronte al portone. Sapevo che lei era al di là della porta. Potevo sentire il suo odore. Ma sembravo un bambino il giorno di Natale, così mi presi qualche secondo per riacquistare un contegno.

Sapevo che sarebbe tornata, lo sapevo!

Alla fine aprii l'uscio con la mano destra. Guardai prima a destra e poi a sinistra e la trovai lì, fragile nel suo sottile prendisole giallo. I suoi capelli biondi, bagnati e pesanti, resi più scuri dalla pioggia che li aveva inzuppati, gravavano lungo la sua schiena e sulle sue spalle. Le braccia strette attorno alla vita tremavano appena. Il suo viso, il suo ovale delicato era solcato dalla scia lasciata da lacrime sporche di matita nera e mascara. Tentavano di confondersi con le gocce di pioggia, quelle tracce impure, ma le riconobbi.

Allungai una mano verso di lei, sporgendomi dalla protezione che l'uscio mi forniva e permettendo alle gocce di pioggia di imperlarmi i capelli.

- Veronica..Vieni, andiamo di sopra.-

 

 

Sapevo che avrei potuto immaginare una bellezza simile solo nei miei sogni migliori. Quando si voltò verso di me e mi fissò con i suoi profondi occhi castani, il mio cuore perse un battito. Le gocce di pioggia non venivano assorbite subito dalla morbida cascata dei suoi capelli castani dai riflessi rossi e rimanevano lì, come perle sul capo di una sposa. Sospirai alla sua vista e poi rabbrividii subito dopo. Anche se la mia mente era distratta, il mio corpo percepiva il freddo. Accettai di buon grado il suo invito. Era così piacevole vedere le sue labbra che si aprivano appena pronunciando il mio nome, si distendevano nella "e", per poi incurvarsi nella "o" e racchiudersi ancora un poco per le lettere seguenti.

Salimmo le scale. Era agile e veloce, mentre io procedevo a rilento a causa delle mie ballerine color panna, che si sfilavano dal piede ad ogni scalino. Gocciolante, entrai nel suo appartamento. Mi stupirono il suo ordine e la sua pulizia, così come l'arredamento, che univa la linea semplice dei mobili di legno scuro alla ricercatezza dei pizzi di cui le tende erano ornate e alla luminosità dell'ampio tavolo di vetro, che doveva di certo riflettere la luce dell'ampio lampadario, i cui bracci si abbassavano curiosamente verso il suolo come arti di un ragno, quando questo fosse acceso.

La penombra della stanza era più fitta che nel resto della casa e mi abbracciò non appena vi entrai. Mi sentii in colpa ad entrare, non volevo bagnare la moquette color della sabbia del deserto. Ma mi spinse avanti e anzi, mi invitò ad accomodarmi sul letto rifatto o su uno di quei divanetti color cioccolato accanto alla finestra, o in qualsiasi altro posto volessi sedermi. Optai per uno dei divanetti gemelli. Lui si accomodò in quello perfettamente davanti, allungando le gambe incrociate, totalmente a suo agio.

 

La guardavo sfacciatamente, mentre se ne stava sprofondata nel divano. Le gambe nude, giunte come una perfetta scolaretta, facevano da supporto alle mani unite come se stesse pregando. I suoi occhi color del cielo cupo che persisteva là fuori guardavano per lo più in basso, ma non mi sfuggirono le rapide occhiate verso di me. Com'era piccola e fragile, indifesa eppure forte, decisa e tenace. Avrebbe rinunciato a molto, forse a tutto, e ne eravamo consapevoli entrambi.

Un forte rombo dall'esterno la riscosse e la fece sobbalzare. La tempesta imperversava ancora. Mi guardò, ora fisso negli occhi, e mosse le labbra piene, simili a teneri boccioli di rosa.

- ...Non so davvero cosa dovrei dire, ora...Forse....Forse dovrei scusarmi, sì, scusarmi..Me ne sono andata senza spiegazioni, da un momento all'altro...- Si torceva nervosamente le mani, torturandosi le unghie e guardando il suo operato, incapace di sollevare lo sguardo su di me.

- E' che...Sono così confusa.. Io..Ho paura.-

- Di me?- Intervenni.

D'accordo, mi divertivo a metterla un po' in difficoltà. Volevo metterla alla prova, anche se non se lo meritava.

- No, no..Non di te.- Alzò lo sguardo su di me e vidi nei suoi occhi il bagliore della determinazione, dell'affetto e della decisione irremovibile che l'aveva finalmente condotta da me. - Non potrei mai..Ma..Abbandonare tutto è così difficile..-

- Non può essere altrimenti, e questo lo sai. Non sono una mia scelta conscia i delitti che devo perpetrare ogni notte, fanno parte della mia esistenza.

- Lo so, lo so. - Il suo sguardo si addolorò notevolmente, non appena menzionai le mie colpe.

- Ma sono sempre io, Veronica. Qualsiasi cosa possa accadere nel buio della notte, rimango lo stesso che hai visto in quel pub dalle pareti rosse, quella sera.-

Mi sporsi verso di lei, piegando il busto in avanti. La mia mano destra andò a cercare la sua, slacciandola dall'intreccio formato dalle dita dell'altra. Posò la sua mano delicata sul mio palmo. Gliela strinsi.

- Puoi non credere alle promesse di qualcuno come me. Posso essere un approfittatore, devoto solo al proprio personale interesse. Ma se tu sei qui, vuol dire che non credi a questa versione. -

La guardai per un attimo, e le rivolsi uno dei miei sorrisi, conscio che li adorasse.

- Sei un piccolo demonietto, sai? Con uno splendido viso d'angelo. Il mio cuore intorpidito da tempo non provava un sentimento simile. -

 

L'imbarazzo mi sovrastò non appena iniziai a parlare. Gli sprazzi del mio coraggio erano improvvisi come i lampi di luce che, molto più raramente, provenivano dalla finestra, prodotti da fulmini sporadici. Altrettanto velocemente, però, il fulgore spariva, lasciandomi preda delle mie contrastanti emozioni.

La sua voce suonava come un violino alle mie orecchie. E quando catturò la mia mano nella sua, il freddo della sua pelle penetrò nei miei pori e io rabbrividii, ma di piacere. Era così vicino a me. Scandiva le parole lentamente e il tono era poco più di un sussurro, quanto bastava per sovrastare la pioggia che andava lentamente calando. Mi disse parole rassicuranti, frasi che si confondono nella mia memoria e che ora non riesco perfettamente a riportare.

Mi disse che mi desiderava, oh, sì, questo lo ricordo bene, e che il desiderio era un fuoco inoffensivo che dilagava nel suo petto. Mi disse parole dolci e lusinghiere, che mi scaldarono. Mi sorrise, dolcemente.

Poi fu un'attimo. La mia mano ricadde abbandonata sulle mie gambe e lui fu dietro di me, immerso nell'ombra. Percepii il suo corpo dietro di me, le sue mani fredde sul mio viso. Scivolarono dalle mie gote arrossate giù fino al collo, all'incavo della clavicola. Accarezzò le spalle nude e discese verso i seni, che sorvolò appena. Il suo tocco mi provocava brividi lungo la schiena ed il suo respiro appena tiepido si infrangeva contro il mio orecchio sinistro.

-Oh, Damon...-

 

Percorrere la sua calda pelle serica mi provocò un dolce piacere. Morbida al tatto, invitava alle carezze. Le sfiorai le gote, che avvamparono per quel contatto improvviso. Provenivo dall'ombra, da lì l'avevo ghermita e fatta mia. Le baciai la guancia calda, poi le mie mani si allacciarono attorno al collo sottile, percependo la pulsazione dei suoi vasi sanguigni sotto i miei palmi. Le spalle magre mi condussero alle dolci colline dei seni che sorvolai solamente, non osando spingermi oltre. Il mio viso percepiva il calore irradiato dal suo. La guardavo spesso e mi beavo in quella dolce visione. Dietro la corona dei suoi capelli ancora umidi, intravidi la finestra: la tempesta era cessata, lasciando il posto ad una pioggerellina leggera che presto sarebbe scomparsa. Già il cielo mi appariva più chiaro.

Allacciai le mani sul suo ventre morbido e caldo e l'abbracciai completamente. La sentii rilassarsi, abbassare le spalle e poggiare il capo sulla mia spalla. Pronunciò il mio nome. Baciai la sua gota, trascinando con me le ultime tracce di pioggia e lacrime, poi il suo collo. E di nuovo le mie labbra percepirono lo scorrere della sua linfa vitale. Le baciai di nuovo la gota, stavolta più vicino alle labbra color pesca.

- Ti amo, Veronica. -

La sua dichiarazione d'amore mi fece avvampare ancora di più. Tentai di articolare una risposta chiara, ma non so se emisi molto di più che un semplice sospiro. Forse, però, Damon l'aveva sentito comunque. Forse lo sapeva, e basta. Forse glielo dimostrava la mia presenza lì, nella sua stanza proibita. Lo amavo. Lo sapeva.

Un timido raggio di luce lunare ci illuminò, facendo capolino dalle nuvole che andavano diradandosi. La tempesta era terminata, le nuvole si erano dissipate. E quella bianca e fredda luce lunare illuminò il nostro abbraccio e  colse la piuma che lentamente andava posandosi sulla moquette, planando nella tiepida aria della stanza, quasi priva di peso. La luna disegnò le mie grandi ali piumate, non spiegate del tutto, nell'incavo delle quali trovava posto la figura perfetta di Damon. Potevo immaginare come veniva baciato da quel bagliore così consono alla sua natura.  Rilucevano i canini, affilati e letali di quel giovane famelico e perfetto, mentre penetravano nelle tenere carni del mio collo e io gettavo il capo indietro, abbandonandomi al suo volere, al patto che lui stesso stava siglando, a quel piacere dolceamaro che andava serpeggiando sotto la mia pelle.

Oh, sì, per l'eternità.

SENZA TITOLO

 

Quando mi risvegliai, un acuto malessere pervadeva tutto il mio corpo. Nella mia testa, si stava svolgendo la finale del campionato di calcio corporeo: vene contro arterie. Le due squadre si passavano il mio neurone inerme da una parte all'altra del cervello, nel tentativo di mandarlo nella tempia avversaria per segnare. Facevano gol spesso, quei bastardi. Per non parlare del tifo e delle esultanze, che si spargevano attraverso i miei tessuti connettivi come scariche elettriche ad alto voltaggio. Anche il resto del corpo, d'altronde, non doleva di meno. Mi sentivo indolenzito e rattrappito, come un foglio di carta appallottolato e gettato via.

Mi alzai lentamente dal suolo tiepido su cui ero steso a meditare sui miei dolori. Puntellai il braccio sinistro e mi sollevai a sedere, ma ebbi troppa fretta ed il paesaggio cominciò a vorticare.

Quando il cielo terso e spruzzato di nuvole candide smise di girare sul suo asse come una giostra, mi arrischiai ad alzarmi in piedi. Le gambe non erano eccessivamente cedevoli e nessun dolore oltre a quelli già noti e ormai quasi familiari mi colpì con una stilettata. Se non altro, le mie ossa erano ancora integre. Mi sembrò strano, in quel momento, che cadendo da una simile altezza non mi fossi rotto l'osso del collo.

Oh, la caduta.

Fu terribile, dico sul serio. Avete mai provato, durante il dormiveglia, poco prima di cedere alle lusinghe del sonno, la sensazione di volare, librandovi leggeri nell'aria come falene? Poi, all'improvviso, vi piomba addosso tutto il vostro peso di goffi esseri umani e lo sforzo richiesto alle vostre ali invisibili diventa eccessivo; e voi cadete nel vuoto, sempre più velocemente, ed il suolo si avvicina, inesorabile, ed in pochi secondi voi, falene fasulle, sbriciolate il vostro volo contro un marciapiede. Il vostro corpo sobbalza allora nel letto rassicurante e vi risvegliate di soprassalto nel buio, dopo quei pochi secondi di incubo. Ecco: ciò che provai io fu un'amplificazione di questa sensazione. Ma non era un sogno. Mentre crollavo nel buio ed il mondo scorreva in verticale, gli occhi affannati cercavano un appiglio per le mani impotenti. Ma dopo il primo metro dovetti subito chiuderli, poichè sotto di me non vedevo altro che vuoto, buio e caduta senza fine. Se avessi continuato a guardare saremmo stati in due a precipitare: io e la mia cena.

Mi scrollai di dosso la torbida inquietudine che mi aveva assalito mentre ricordavo quella caduta interminabile ed iniziai a procedere lentamente, un piede davanti all'altro. Le scarpe da ginnastica blu scuro affondavano in quel soffice suolo che notai essere sabbioso. Ben presto i granelli infidi colonizzarono anche l'interno delle mie calzature. Il deserto si allargava davanti al mio campo visivo, puntellato di alberi sparuti e cespugli rinsecchiti: tuttavia, nonostante quel paesaggio desolato, non provai malinconia in quel luogo. L'atmosfera dorata mi abbracciava e le dune maestose in lontananza mi accoglievano benevolmente sui loro pendii. Anche il disco luminoso del sole, sebbene scagliasse tutto il suo calore contro di me, non scottava eccessivamente e mi lasciava proseguire il cammino.

 

Non so da quanto stessi camminando quando iniziai a vedere forme di vita vere e proprie, oltre a quegli arbusti rinsecchiti. Ben presto, mi si presentò davanti una distesa di persone affaccendate nelle attività più disparate. Mi fermai per un istante presso un arbusto, osservandoli, chiedendomi incuriosito da dove provenissero tutti e perchè stessero lì, in mezzo al deserto, in assoluta assenza di un'oasi. Nessuno sembrava curarsi della mia presenza, credo che in un primo momento non mi avessero visto affatto. Rimasi qualche minuto immobile, con la mano destra appoggiata al tronco scarno di quell'alberello. Fissavo ancora quelle persone.  Alcune donne cucivano, altre svolgevano faccende domestiche, altre ancora, accomodate su comode poltroncine imbottite, leggevano romanzi in tutta tranquillità, nel riverbero quasi accecante del sole. Ma le attività svolte erano talmente tante, troppe per poterle vedere tutte dalla mia posizione. Gli uomini, d'altronde, non erano da meno rispetto al genere femminile: giocavano a scacchi, o a carte, o fumavano o conversavano tra di loro in un brulicare di azioni che, solo al pensiero, crea confusione. Eppure il tutto si svolgeva in un perfetto ordine, in una calma assolutamente irreale in quel contesto desertico.

 -Ehi tu!-

Sobbalzai quando una voce mi apostrofò. Mi voltai nella direzione da cui il richiamo era provenuto e vidi avanzare verso di me un ragazzotto magro, dal viso infantile. I capelli color del rame coprivano il suo capo in una zazzera disordinata e ribelle, che riluceva di riflessi dorati alla luce solare. Non lo riconobbi, da lontano. Ridussi gli occhi a due fessure mentre cercavo di capire chi mai fosse e al contempo a causa della forte luce riflessa sulla sabbia. Solo quando fu a pochi metri da me,allora lo riconobbi. Era esattamente l'ultima persona che desideravo incontrare; un autistico non rappresentava un informatore affidabile per scoprire dove fossi finito. Mi chiedevo cosa mai volesse da me quello strano individuo. Non se ne stava sempre da solo, perso nel suo mondo? Che impulso l'aveva preso, per venire a cercare la mia compagnia? Percepii il mio battito cardiaco accelerare leggermente, in risposta alle mie ansiose domande prive di conclusione.

-Ciao. - Mi salutò cordialmente quel ragazzo, ormai a pochi passi da me. Non ne ricordavo esattamente il nome, eppure l'avevo sentito nominare così tante volte in città.. - Piacere, sono Leon.- rispose alla mia muta domanda allungando una mano affusolata e pallida, quasi femminea, verso di me. Non risposi alla stretta; forse stava solo mettendo in pratica un nuovo giochetto che la sua mente malata gli sussurrava all'orecchio. Credevo, o forse temevo, che se gli avessi stretto la mano si sarebbe richiuso in se stesso, abbracciandosi le ginocchia seduto a terra. Gliel'avevo visto fare altre volte e molte voci giravano sui suoi comportamenti, per cui ero informato. Così non dissi nulla, limitandomi a mettermi entrambe le mani nelle tasche dei jeans chiari.

Leon, deluso, abbandonò il proposito di stringermi la mano e con la sua si scompigliò per un attimo i capelli, che ripresero poi la stessa disordinata posizione di prima. Mi fissava con un'espressione palesemente dubbiosa sul volto, tanto che per un istante mi chiesi se non fossi io, quello autistico.

-Ehi, stai bene amico? Guarda che qua nessuno ti vuol fare del male eh.- Parlava velocemente, ma la sua voce suonava pacata, cercando forse di tranquillizzarmi e spronarmi a fidarmi di lui.

-Lo so, lo so, è così per tutti. Li vedi tutti quelli là?- Senza voltarsi indicò con un gesto distratto l'ampio gruppo di persone alle sue spalle, che avevano tanto attirato la mia attenzione. Poi proseguì: - Beh, la sai una cosa? Hanno fatto tutte come te.. Beh, o quasi. E..beh, ho fatto anche io così, sai? E' una reazione perfettamente normale. Se il viaggio è stato come al solito, devi aver fatto un bel volo giù. Sai che molti se lo ricordano ancora? Oh, scusa..- si bloccò di colpo, accorgendosi del lungo monologo. -..chiacchiero troppo e dico tutto troppo insieme, ti avrò fatto fare confusione. Comunque se magari mi dici il tuo nome, possiamo iniziare a conoscerci, e magari ti faccio fare un bel giro panoramico del posto. L'ho già detto che è un bel posto?-

Sembrava agitato, come un ragazzino al primo appuntamento. Mi fece quasi tenerezza. I grandi occhi di giada mi fissavano, incastonati su quel volto che non dimostrava più di sedici anni, mentre il ragazzo ne aveva sicuramente una ventina.

-Orlando- risposi, asciutto -Mi chiamo Orlando.-

Il volto di Leon si illuminò per un istante. Sembrava un bambino che stesse aprendo i regali di Natale e avesse appena intravisto la sorpresa. Con la stessa fretta di quel piccino, corse dietro di me, regalandomi un'amichevole pacca sulla spalla di cui avrei fatto volentieri a meno. Ma forse non vide il fastidio sul mio volto, perchè andò alle mie spalle e mi spinse in avanti puntando entrambe le sue mani sulla mia schiena, borbottando qualcosa, di cui capivo solamente parole come "giro" "io" "tutto", che non formavano certo una frase di senso compiuto.

-Cos'hai detto, Leon? Non ho capito un accidenti. E, diamine, sono in grado di andare avanti da solo!-

Vidi la figura di Leon trotterellare agile al mio fianco. -Dicevo che io, ora, ti porto a fare un bel giro, così ti faccio vedere il posto e conoscere tutte le persone simpatiche che ci sono. Su, andiamo!- mi spronò, risoluto. Si incamminò mantenendosi sempre accanto a me. Ci dirigevamo per il centro di quella folla. Da lontano non ero riuscito a notare, però che una stradina si snodava in mezzo, dividendo le persone presenti in due ali. Imboccammo quel segmento di ciottoli grigi in mezzo all'oro sabbioso delle dune. Leon parlava in continuazione, ben più eccitato di me all'idea di presentarmi tutti i suoi amici. Io, più che prestare attenzione a quello che il ragazzo mi diceva, analizzavo i volti dei presenti. La folla numerosissima come pensavo brulicava di volti ignoti. In mezzo a quelli, ogni tanto spiccava qualche viso familiare, ma non seppi riconoscere nessuno con certezza.

Smisi di colpo di camminare quando intravidi un volto noto. Leon andò ancora avanti di qualche passo, ignaro della mia sosta improvvisa, per poi tornare indietro appena si accorse che non proseguivo più al suo fianco.

-Beh, che c'è?- chiese incuriosito.

-Quell'uomo..L'hai visto?-

-Generalmente ho visto un po' tutti, ma che ha di tanto strano?-

Non gli risposi subito. Quell'uomo mi lasciava perplesso. Cosa ci faceva in questo posto? E di che posto si trattava, soprattutto?

La sua occupazione, poi, mi incuriosiva. Stava disponendo precisissime miniature di soldati e armi da guerra su un lungo tavolo rettangolare. Li sollevava con due dita, indice e pollice, da un sacchetto che aveva appoggiato a terra. Poi li disponeva uno ad uno sul tavolo davanti agli altri, in riga perfetta, in modo quasi maniacale. Aveva formato interi battaglioni, divisi da una sottile striscia di legno rossiccio. I soldatini indossavano elmetti mimetici e divise verde scuro o marrone e imbracciavano tutti un'arma. Alcuni facevano capolino dalla torretta degli sporadici carri armati, imponenti in mezzo alla piccola fanteria.

Vedevo solo il profilo sinistro di quell'uomo e solamente a tratti, perchè spesso si girava a sistemare un soldatino o si chinava ancora di più dalla sua posizione inginocchiata per estrarne un altro. Indossava una divisa simile a quella dei soldatini, marrone chiaro. Sul braccio spiccava un cerchio bianco inscritto in un rettangolo rosso. Furono i caratteristici baffetti rettangolari, subito sotto il naso quasi fossero l'ombra di qualcosa, e la riga tra i capelli incollati tracciata a sinistra a darmi l'idea che in quel cerchio bianco mancasse qualcosa. Ma la mia mente si rifiutava di riconoscere quella figura, perchè non avrebbe trovato spiegazioni logiche per la sua presenza. Eppure era lì, lo vedevo con i miei stessi occhi.

- Senti, Leon..Mi sai dire come si chiama quell'uomo?- chiesi, per avere una conferma ai miei sospetti.

- Dunque..Lui è...Adolf. Sì, mi sembra che si chiami Adolf. Ma non è un grande amicone, è un tipo abbastanza solitario, anche se dicono che sia simpatico. E poi non fa altro che collezionare quei soldatini...-

-E di cognome? Qual'è il suo cognome?- indagai ancora, interrompendo la critica di Leon.

-Cosa vuoi che ne sappia del suo cognome?!- sbottò lui. Si rimangiò quello sfogo subito dopo, però, vedendo la severa espressione sul mio volto. -Vediamo..si chiama..mmmh...Either..no..Iter..Hit....non lo ricordo..- ammise infine.

-Hitler?- proposi io.

-Si, sì ecco! Proprio quello lì, Hitler!-

Adolf forse finse di non averci sentito o forse era troppo coinvolto dai suoi soldatini perchè, anche se sia io sia Leon avevamo pronunciato il suo nome a breve distanza da lui, non si voltò nemmeno a guardarci.

-Sei soddisfatto adesso? Dai, ora andiamo avanti, voglio farti conoscere una persona..E lascia perdere quello lì, non è molto socievole.-

Detto ciò mi spinse avanti e io proseguii, con la mente rimasta all'uomo che riordinava i soldatini su quel lungo tavolo di legno rossiccio. Non riuscivo a far combaciare quell'immagine con la descrizione che la storia aveva fornito di lui.

 

Leon con le sue chiacchiere mi fece distrarre un po'. Mentre camminavamo mi raccontava tutto e niente, eventi senza utilità, nulla che mi facesse capire dov'ero; ma era comunque piacevole parlare con lui. Manteneva ancora la freschezza di un bambino, ma riusciva a seguire e sostenere conversazioni più mature. Quando sentimmo il vagito di un neonato, entrambi ci voltammo immediatamente nella direzione da cui proveniva. Sul suo volto si aprì un ampio sorriso e si diresse in tutta fretta verso la sorgente del suono: una bambina di pochi mesi avvolta in calde fasce rosa si faceva cullare, lamentandosi di tanto in tanto con quella sua vocina acuta, dalla madre che passeggiava lentamente, per farla addormentare.

-Ciao Elly!- Leon salutò la donna, che ricambiò con un dolce sorriso. Era bella, senza ombra di dubbio. I capelli castano scuro scendevano in morbide onde lungo la sua schiena, contrastando col candore della tunica monospalla, fermata da una spilla con pietruzze verde-azzurro. Solo un semplice disegno geometrico azzurro chiaro ornava l'abito nel bordo inferiore. I suoi occhi colore della terra bruciata si posavano delicati sulla bambina, che cullava amorevolmente. Leon le si avvicinò, fece qualche gioco alla bimba semi addormentata, poi salutò l'uomo in armatura, che stava in piedi alle spalle della donna. La folta barba riccioluta gli copriva interamente il mento, facendolo apparire più anziano. La sua armatura di bronzo brillava, accecante, alla luce solare. Non indossava elmo e i suoi capelli ricci circondavano il suo capo, crespi e castani. Vidi Leon parlare un altro po' con la donna, che di tanto in tanto sorrideva amabilmente. Lui indicò nella mia direzione, la donna seguì il suo cenno e mi rivolse un sorriso, come saluto. Leon la salutò con la mano e corse nella mia direzione, sollevando folate di sabbia, raggiungendomi in pochi secondi. La donna ricominciò  a cullare la bambina, sotto lo sguardo attento dell'uomo in armatura.

-Chi è?- chiesi a Leon, appena mi fu accanto.

-Elly.-

-Ah.-

-Ah, no, aspetta..Elly è il soprannome che io le ho dato. In realtà si chiama Elena. Bel nome, non trovi? Viene da..non metterti a ridere ora..Beh, viene da Troia, sì, si chiama proprio così. E quel tizio che le stava alle spalle è suo marito, si chiama Menelao. Hai visto la bamb....-

Non capii l'ultima parte del discorso di Leon. Da un lato, la mia attenzione era diretta verso quel dolce quadretto familiare, dall'altro, delle acute risate femminili superarono la voce di Leon, che sbuffò. -Uffa, un altro dei bagni di Erszebet!-

-Di chi?-

-Erszebet. - con un cenno del capo mi indicò una direzione, più avanti rispetto a noi, vicino al lato sinistro della strada. Quelle risatine provenivano dalla donna dentro una vasca di ceramica bianchissima. Le ginocchia piegate sbucavano dalla schiuma che le arrivava a lambire il collo. I suoi capelli biondi perfettamente raccolti e gli occhi nocciola, privi di trucco, potevano dare l'idea di una personalità  austera, ma le sue risate smodate affermavano il contrario. Un braccio spuntava di tanto in tanto dalla schiuma, bagnato e pieno di bolle,e schizzava le giovani ragazze che le stavano intorno, che fuggivano di qualche passo lanciando risatine, per poi tornare indietro e ricominciare il gioco. Io e Leon ci avvicinavamo lentamente, ma le donne non davano alcun segnale di averci notato, prese dal loro divertimento. Vidi le labbra di Leon muoversi mentre borbottava qualcosa che non avevo capito, mentre guardava le giovani donne.

-Cos'hai detto, Leon?-

Lo colsi di sorpresa, evidentemente, perchè si girò di scatto, quasi impaurito. Arrossì e le sue guance imitarono il colore dei suoi capelli.

-Ah, no, niente, dicevo solo che..Beh, Erszebet in vita ne ha combinate di peggio con quelle ragazze..- Si morse il labbro, poi, sembrava pentito.

-Quali cose?-

-Beh, il bagno non lo faceva con l'acqua limpida e chiara, ecco tutto.-

-Ah, capisco.- In realtà non capivo affatto, ma una strana sensazione mi diceva di non indagare ulteriormente. - Ma..- riflettei solo in un secondo momento sulle sue parole. -In vita? Significa che sono morto? Cos'è questo? L'inferno?-

Leon si strinse nelle spalle e la sua bocca rimase chiusa. Nonostante le mie domande insistenti, non riuscii a fargli svelare più nulla. Mi arresi. Dopotutto, pensai, se ero morto forse era meglio non saperlo affatto.

 

Leon riprese un po' della sua consueta vivacità solamente quando vide un distinto signore in giacca e cravatta che giocava a scacchi, seduto ad un basso tavolino circolare. Un cilindro nero copriva i capelli scuri striati dei primi fili grigi. Di tanto in tanto, si sistemava gli occhiali sul naso appuntito, fissando le pedine della squadra avversaria. Rimasi sorpreso quando vidi che, in realtà, lui costituiva il suo stesso avversario. Leon gli si avvicinò, dandogli una pacca sulla spalla che lo fece sobbalzare per la sorpresa. Mi avvicinai anche io, incuriosito da quello strano gioco.

-Allora, Dr.Jeckyll, chi vince?- chiese Leon, sorridendo.

-Sempre io, giovinotto, sempre io. E' il pregio di giocare da soli!-

Entrambi risero a quella battuta. Io rimasi poco dietro Leon, pensieroso. Jeckyll mosse una torre sulla schiacchiera, a favore dei bianchi, la squadra più vicina alla sua posizione. Poi osservò attentamente le pedine nere, meditando la mossa avversaria.

-Scusi, signor Jeckyll..- mi avvicinai lentamente, quasi fossi uno scolaretto, sbucando da dietro la schiena di Leon. - Ma perchè gioca da solo?-

L'uomo alzò lo sguardo verso di me, osservandomi attraverso le lenti. Si sistemò il cappello, prima di rispondermi e io mi sentii terribilmente stupido per avergli posto quella domanda.

-Perchè è scorretto giocare con due parti diverse di noi stessi, le pare? E' come ingannare l'avversario, facendo il doppio gioco.- Riportò poi la sua attenzione alle pedine sulla scacchiera, scuotendo la testa in segno di disappunto. Mosse il cavallo nero, poi si rivolse nuovamente a me.

-Sei appena arrivato, vero? Sei nuovo qui, dico bene?-

Annuii, non capendo dove voleva andare a parare.

-Ecco perchè..Ora molte cose ti sembrano strane, ma ti abituerai in fretta, fidati di Jeckyll e fatti guidare bene.- Concluse indicando Leon, rimasto in disparte, fuori da quella conversazione senza senso.

Evidentemente Jeckyll non aveva altro da dire, perchè ricominciò a giocare come se io me ne fossi già andato via, anche se stavo ancora in piedi di fianco alla sua sedia. Mi voltai verso Leon, allora, e ricominciammo la passeggiata. Non avevo voglia di parlare, però. Non capivo nulla di quello che mi stava succedendo, semplicemente. Più ci pensavo, più tutto mi appariva inverosimile. Camminavo a testa china, con le mani in tasca, raccolto in me stesso. Sentivo lo sguardo di Leon su di me, ma non avevo voglia di parlare. Rimuginavo sugli eventi, corrodendomi lentamente nel dubbio, finchè sbottai. Mi fermai di scatto e sollevai la testa.

-Leon..Senti, tu sei stato un buon compagno per questa passeggiata, ma io ho bisogno di sapere. Mi dici dove cazzo sono finito?-

Leon alzò le mani all'altezza del petto, i palmi rivolti verso di me, in segno di resa.

-Non sono arrabbiato con te, semplicemente non capisco. Prima Hitler che sistema i soldatini, poi Erszebet che "in vita" ha commesso non so quale delitto, poi Jeckyll che gioca a scacchi da solo e mi parla per enigmi..-

Leon chinò la testa, lasciandomi a parlare con una massa di capelli color rame, e si strinse nelle spalle.

-Ti prego, Leon, ho bisogno di capire...-

-E di Elena? Che mi dici di Elena?O di me?-

Quelle domande mi colsero impreparato.

-Beh, ma tu ed Elena siete i più normali tra i tuoi amici..-

Alzò finalmente il capo, guardandomi con quei suoi grandi occhi verdi. -E' proprio questo il punto. Qui tutti, che ti sembri o meno, sono normali.-

Il suo sguardo si perse nel deserto che si stagliava di fronte a , ingombro di altre persone. -Davvero non sai dove siamo? Davvero non lo sai?- mi chiese infine, rivolgendomi uno sguardo distratto.

Col capo feci cenno di no.

-Beh- intraprese, teatralmente, voltandosi completamente verso di me e indicando con un ampio cerchio delle braccia tutto il deserto senza fine.

-Questo è il luogo dove rotola il senno dei matti.- rispose, rivolgendomi subito dopo un sorriso disarmante.

 

 

 

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Dante Gabriel Rossetti, The Day Dream

 

 

LIVIA

L’EVOCATRICE

 

 

 

 

FOGLIE PAZZE

Autunno, le foglie cadono, dopo una lunga danza col vento, a terra. Gli alberi ormai privi dei loro abiti colorati mostrano con un po’ di vergogna le loro grandi e scheletriche mani. La terra raccoglie generosa le piume morte staccate dal vento, che spira dolcemente una gelida aria priva di qualsiasi profumo. Le case sbarrate, se non vi fosse quel flebile fumo che esce sbuffando dalla pipa nel tetto, si potrebbe pensare che la natura abbia inghiottito ogni anima viva. La morte e la decadenza regnano su tutta la città.

“Non trovi anche tu che sia bellissimo?”

“Bellissimo cosa?”

“Questo tappeto di foglie sotto i nostri piedi”

Inizia a calciare le foglie inermi a terra, senza una precisa ragione, per divertimento, per noia o per il semplice desiderio di rianimarle.

“Allora quando parti?”

“Tra una settimana, giusto il tempo di preparare gli ultimi scatoloni e poi me ne andrò”

“Ti scriverò delle lettere, te le scriverò ogni giorno prometto”

“Tanto non lo farai”

“Perché dici così?”

“Perché ci vuole troppo tempo a scriverle, troppo sforzo per cercare le parole giuste e poi dopo ci si dimentica o non se ne ha più voglia…siamo gente pigra noi”

Il silenzio è palpabile in quell’atmosfera, divide ogni parola, ogni suono; l’aria appesantita da piccole gocciole umide rende le parole ancora più cupe, sempre più morte.

“E se ti chiamassi?Posso almeno chiamarti?”

“No, non credo che tu possa farlo, io e te non abbiamo il telefono ricordi?”

“Ah già!Ma così mi sentirò triste e sola come prima…”

“Forse, alla fine, quello è il destino di tutti”

“Cosa intendi dire?”

“Dico che alla fine siamo tutti soli, pensaci un attimo: quando nasci sei circondato da occhi curiosi ed amorevoli, quando cresci è un susseguirsi di occhiate di disprezzo, d’invidia o superiorità, più passa il tempo più gli occhi puntano al potere, non all’amore,ma al fatto stesso di possedere una persona di crederla tua, di crederla per sempre tua, finché il sogno non s’infrange, le persone muoiono e se invece muori prima tu sei destinato comunque alla solitudine”

“Sì, l’amore raggrinzisce col tempo e il tempo pian piano lo corrode,alla fine amore non è altro che un sentimento puramente carnale ed egoista”

“Sì un sentimento fin troppo diffuso”

“Però se non c’è ti manca no?”

“Sì, ti manca, ma ti manca solo per il semplice fatto che dovunque ti volti lo vedi, lo senti, è talmente prolifero che non mi stupirei a vederlo anche sui rami di questi alberi!”

“Su questi alberi no, ormai son morti, son soli…”

“No le nostre parole gli fan compagnia, la nostra passeggiata li tiene svegli ancora per un po’”

I gracili bastoni s’incurvavano, flettevano il loro lungo tronco, attenti a non spezzarlo, a non eccedere troppo con le loro movenze lente e pesanti, cercando di origliare ogni singola parola strappata dal forte vento, che ovunque cercasse di scappare lasciava una scia di rumori cigolanti.

“Ieri mi son seduta laggiù su quella panchina ad aspettarti, ti ho aspettato per ore, avevo paura fossi già partito senza neppure salutarmi”

“Non volevo salutarti a dirla tutta son passato di qui per caso, volevo rivedere questo posto prima di andarmene via”

“Capisco, è un po’ difficile dirsi addio vero?”

“Che parole altisonanti!Alla fine è come se facessimo parte della stessa persona io e te, siamo destinati a morire dal momento stesso in cui nasciamo, dal preciso istante in cui s’ingerisce una dose di pillole è come se ci confondessimo, siamo uno, ma in realtà siam due, due entità imprecise in un solo cervello”

“E’ che ci siam fatti la guerra per troppo tempo secondo me, alla fine ci siamo annientati a vicenda”

“Sì uno sterminio di massa totale fisico e psicologico, però che gioco che è stato!”

“La vita non è un gioco è qualcosa di reale, se si perde si perde per sempre no?”

“Beh se è per questo neanche questo luogo è molto reale non trovi?Neppure i discorsi che stiamo cercando di portare avanti da ore hanno in realtà alcun senso se non il fatto stesso di ammazzare il tempo”

“Non pensavo fossero ore, percepivo solo i minuti”

“Non sapevi che si può corrompere anche il tempo?Se tu non possedessi l’esperienza fisica di alcune cose oserei dire che la tua intelligenza è assai scarsa, la tua stessa nascita non è servita a gran ché se la tua conoscenza è così ridotta”

“E tu come ti giudichi?”

“Io?Io son colto!Oltre vent’anni di insegnamenti, laurea col massimo dei voti…”

“In cosa?”

“In filosofia”

“Ci avrei giurato!”

“Perché s’intuisce dal mio linguaggio colto?”

“No dal fatto che alcune volte faccio fatica a capire cosa tu mi stia dicendo”

“E’ per questo che prendi sempre quella marea di pillole?”

“E’ uno dei tanti motivi”

“Allora non dovresti dispiacerti del mio abbandono”

“No, semplicemente è che mi sentivo più normale se parlavo con te ecco”

“Ti sentivi più normale?”

“Sì, più normale”

“Vuoi che rimanga?”

“Non lo so, non so che fare, non vedo più la realtà”

“L’hai mai vista una realtà?”

“Una volta forse, ero piccola e mi ricordo volti sfocati e alcuni mattoncini dei lego, mi ricordo fogli e penne e poco altro…qui mi sento reale”

I terreni acquitrinosi erano nidi perfetti per moscerini e zanzare, le foglie intorpidite sembravano appena toccare quell’acqua malsana, le venature erano ormai secche, la linfa vitale già da tempo aveva abbandonato le sontuose forme seghettate, i colori erano sfioriti, solo le radici prepotenti degli alberi davano un senso di sospensione a quelle appena staccatesi.

“E’ tempo che vada”

Un tuono squarciò quel’instancabile monotonia

“E se restassi ancora un po’? Quando te ne vai mi sento sola”

“Vuoi che resti?”

Piovve a catinelle una pioggia silenziosa che trattenne il suo fragore solo per sentire

“Sì”

Non sarebbe più andato via, si stringevano perché capivano che non erano abbastanza forti senza l’altro, per una questione di necessità, nulla di più. Rimasero sulla panchina mentre un raggio di sole illuminava le loro ombre, perché ormai in ombre si erano fusi. Le pillole rimasero sigillate nel loro barattolo, non aveva intenzione di prenderle, aveva finalmente capito che così era nata e così doveva morire parlando con un filosofo di mezz’età per circa dieci ore al giorno in quella panchina, in quel parco, alla stessa ora. Le chiacchierate si stavano sempre più prolungando, ma non aveva nessuna importanza, così ammazzava il tempo tra un pensiero e l’altro, convinta che quello fosse il suo unico momento di normalità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’EDERA

Il rumore del dolore sovrastava ogni altro suono, la bocca era impastata da suoni gutturali strozzati nella gola prima di essere rifiniti, gli occhi persi nel vuoto, nell’assoluto buio che illumina il nulla.

Immobile, semplicemente immobili, si rimane dopo un lungo sospiro prima di affogare nella malinconia di un istante. Il corpo si tramuta in albero, che lento continua a funzionare anche contro la volontà dell’edera, parassita della linfa vitale, ospite indesiderato, morbo che tutto stringe e nulla lascia d’avanzo, fiera nemica che muore un solo secondo più tardi del suo rivale, compagna indiscreta, ma unica.

E lì le spine pungono più profondamente, lì le foglie affilate sfregano più violentemente e nulla ha mai fatto più male.

Le ferite si rimarginano, i ricordi si confondono, ma l’edera sola rammenta all’albero la sua costante presenza.

 

NAMELESS

Le note stropicciate al suolo racchiudevano ancora, sebbene violate da una forza innaturale, quel dolce e leggero tepore che andava svanendo nel tempo. Come una farfalla che libera nel suo volo, catturata da mani prepotenti, perde la sua magia, la sua qualità primaria e la sua fine è decretata, così quelle note prive di fascino, prive di vita erano riverse al suolo, immobili, col loro mantello nero tutto sgualcito, con le vie distorte, prima rigorosamente dritte, sperando di rinascere ancora o di morire per sempre.

Le guance umide e tremanti lasciavano cadere grosse gocce acide che andavano a cancellare quell’ormai putrido ammasso di carta. Il foglio rovinato e ora lavato da colpe involontarie, fu ridotto a leggere e piccole striscioline che, dopo un eccitante istante di sospensione, si ritrovarono nuovamente su quelle odiose assi di legno.

Dalla carta fuoriusciva un leggero profumo di malinconia e rabbia, ma una rabbia dolce e compassionevole, talmente fragile da affievolirsi ad ogni singhiozzo sino a diventare innocua o addirittura patetica.

Allora prima di sparire per sempre le note ricordarono la loro delicata danza, quando prima di diventare inchiostro erano idee, erano parole sussurrate nell’orecchio dell’amante, erano schizzi di follia e allo stesso tempo prodotti di lunghe riflessioni. Erano sentimenti nel loro stato più puro e grezzo.

Ed ora erano lì, per terra, falciate dalla loro stessa essenza, dalla loro stessa magia; morte per la furia improvvisa di un sentimento troppo grande da poter contenere sotto i loro fulgidi mantelli.

Il buio si insinuò tra i sottili spazi bianchi del muro che imprigionava quella lunga fila di cadaveri, l’aria si fece più pesante, una pressione fortissima aveva sparpagliato le striscioline e pian piano andava schiacciandole.

I sentimenti hanno breve vita nel cuore umano, esplodono in un’immensità di sensi e percezioni e poi si sgretolano appena li si sfiora, non appena li si vuol possedere, completamente.

E’ che i cuori son troppo stretti per contenere tutte quelle esperienze.

Le note ora riecheggiano nella testa, sibilano nella gola, stringono il peto sino a farlo soffocare, danno un senso di vuoto e pieno che fa divenire l’anima irrequieta.

Un deserto di zucchero a velo si diffonde nell’aria,dolce profumo, caldo invito ad immergere le mani dentro la bianchezza più pura. La bramosia esplode dalle mani tremanti della bambina,che lenta cerca di afferrare quel candore; poi s’insidia un’idea velenosa, tipica di chi ancora non sa distinguere il male dal bene o non ha mai capito la sottile differenza: sporcare!

 

SCRIVERE

Attingere dal pozzo infinito e nefasto dell’immaginazione per trarne fuori un’immagine senza forma e senza alcun senso; le palpebre lente si socchiudono, lasciando quel piccolo spiraglio aperto di luce, fa troppa paura il buio. Ogni freno è stato inibito, la macchina lenta si muove, tentennante, arrancando, il motore pulsa e tutto sembra vibrare. Nell’aria si respira l’odore della soddisfazione. Alla fine l’unico sforzo è star seduti lì, sui sedili posteriori, la macchina può benissimo muoversi da sola ed acquistare via via un andamento sempre più preciso, con percorsi ogni volta un po’ più articolati. Ecco le mani affondano dentro quel sottile mare di nubi, annegano al suo interno,tremando a volte un po’, ma non ha alcuna importanza, perché lei ha l’immagine, perché lei sa il tragitto. C’è chi si perde, chi ancora non ha ben capito l’importanza della mappa o non si è neppure sforzato di guardarla da un'altra angolazione. Tutti questi falliscono miseramente. Il corpicino della bambina viene schiacciato dalle due fiancate della macchina, i sedili la imprigionano, non c’è via di fuga, è il pegno da pagare per essere entrata. L’odore della carne bruciata si confonde con quello dell’olio della macchina, che lenta cambia forma.

Ed ecco che ogni cosa si completa. Ora si può toccare l’infinito senza il bisogno della conoscenza, si possono vedere cieli variopinti in un medesimo spazio, si possono sentire profumi di terre sconosciute, gustare appieno l’attimo sino a sentirlo scivolare, lentamente, sopra i vestiti e cadere a terra senza alcun tonfo,senza alcun suono.

Ogni gesto diventa arte, diventa bellezza quando si riesce a salire sull’ardua vetta del successo. La bambina è riuscita a scalare quella bianca montagna di zucchero a velo.

L’immensa città coperta da un leggero lenzuolo di neve è silente, priva di vita.

E’ dal più alto scalino, dalla sommità di quell’enorme montagna che finalmente si può animare la città, si può girare con quella macchina, si possono toccare,concretamente,quei luoghi,quelle situazioni; allora il mondo diventa un luogo conosciuto e privo di sorprese e avversità.

Anche adesso qualcuno starà scalando quella montagna, starà sporcando quel foglio, starà mettendo tutto se stesso dentro quella preziosa stilografica. Ma saremo noi dall’alto della vetta, noi ignaro pubblico a decretare il successo di quella mappa, di quel disegno per giungere al traguardo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Maurits Cornelis Escher, Relativity

 

 

EDOARDO

L’ENIGMISTA

 

 

 

FATTI

Andrea era un ragazzo di sedici anni. Si era appena comprato la moto nuova con i soldi guadagnati lavorando senza sosta tutta l'estate. In quel momento il suo unico desiderio era provare finalmente l'ebbrezza di guidarla, dopo averla desiderata tanto a lungo. Decise che il momento migliore per sfoggiarla era il giorno seguente, sabato, quando sarebbe andato fino a Milano Marittima in discoteca. La lunga (strada) con poche curve era l'ideale per farla correre al massimo. Partì da casa verso mezzanotte: la strada buia era quasi semi deserta. Lui era un ragazzo responsabile, ma a volte si lasciava prendere un po' troppo dalle passioni, e ciò lo portava a fare azioni sconsiderate. In sella alla sua moto sfrecciava come luce in quell'abisso di oscurità, pienamente sicuro di se, senza alcun timore, accompagnato solo dal crescente ronzio del motore. La sua eccitazione cresceva con l'aumentare della velocità. Abbassò lo sguardo sul contachilometri: 100, 120, 130. Aveva quasi raggiunto la massima velocità, la gelida aria notturna che gli sferzava contro sempre più forte; era una sensazione così bella, pensò. Gli sembrava quasi di volare. Poi il suo sogno fu bruscamente interrotto. La ruota anteriore finì in una buca, il ragazzo perse il controllo, e in una frazione di secondo si ritrovò in aria, scaraventato contro il guardrail, mentre la moto proseguì ancora per un centinaio di metri, strisciando e capovolgendosi diverse volte, prima di schiantarsi definitivamente. Andrea sbatté la testa con estrema violenza e perse i sensi; la moto si ridusse a un catorcio. Sembrava la fine anche per questo giovane ragazzo, ennesima vittima delle strade. Invece fu graziato. Udì una limpida voce femminile che lo implorava di svegliarsi, mentre calde e delicate mani gli accarezzavano il viso insanguinato. Andrea aprì a fatica gli occhi. Aveva un dolore lancinante alla testa: tastando con le mani in cerca della ferita, avvertì un profondo squarcio sulla nuca. Il sangue usciva a fiotti. Riperse i sensi. Quando si risvegliò era disteso su un letto: di fianco a lui c'era la ragazza che l'aveva salvato. La sua ferita era stata ricucita e aveva la testa fasciata. La ragazza gli spiegò l'accaduto e Andrea si promise di non fare mai più una sciocchezza del genere. Fra i due scoppiò subito l'amore e trascorsero assieme indimenticabili giorni. Andrea non era mai stato così felice, sperava di trascorrere tutto il resto della sua vita con quella fantastica ragazza.   

Poi una mattina lei se n'era andata, senza dire niente, senza lasciare tracce della sua presenza. Sembrava che non fosse mai esistita. Lui non poteva crederci. Stette interminabili giorni chiuso in casa, senza mangiare, senza alzarsi dal letto, senza fare niente. Senza di lei la sua vita non aveva più senso. Decise di farla finita, nello stesso luogo dove tutto era cominciato.

Noleggiata una moto, ripercorse quella stessa strada in cui aveva avuto l'incidente. Raggiunta la massima velocità iniziò a curvare verso il ciglio della strada. In quel tratto il guardrail era assente e solo un profondo fosso la separava dai campi, mentre lungo il suo corso crescevano sporadici alberi. Chiudendo gli occhi sterzò in quella direzione e attese lo schianto.  L'impatto fu tremendamente violento. Andrea fu avvolto all'improvviso da un'abbagliante luce bianca.

Si guardò attorno: era in una stanza d'ospedale. Si era appena risvegliato dal coma.

 

 

 

 

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Antonio Canova, Amore e Psiche

 

 

 

GIULIA

DOLCE RIVOLUZIONARIA

 

 

 

 

 

“Odio il silenzio, mi parla di troppe cose” Kurt Cobain

 

 

Alessandro aveva le mani legate dietro la schiena, strette da una corda che gli tagliava i polsi. Gli occhi si erano faticosamente abituati al buio ed ora vagavano di qua e di là alla ricerca di un oggetto conosciuto che non avrebbero trovato. La testa gli faceva ancora male, ma il ragazzo aveva già capito che era inutile porsi domande: non avrebbe trovato alcuna risposta logica.

Così se ne stava lì, inerme.

Udì dei passi in lontananza. Tese le orecchie alla ricerca di una conferma, di un movimento, di un mutamento. Nulla. Aspettò ancora qualche secondo fino a quando non si ritrovò a rilasciare il respiro, trattenuto inconsciamente per la tensione.

Non sarebbe giunto nessuno, lo sapeva: con molta probabilità quei passi se li era immaginati e niente di più.

Fu allora che si rese conto del silenzio che lo circondava, che lo pervadeva, che lo attanagliava: era ovunque, come un nemico acquattato in attesa di un attacco da sferrare. Non si era mai trovato a tu per tu con un silenzio come quello: il rumore, i suoni, la musica facevano parte della sua vita da sempre. Pensò agli strilli di suo fratello appena nato, alle lezioni di pianoforte, alla campanella a scuola, al suono soave delle risate con gli amici, alla suoneria del cellulare quando aspettava una chiamata e finalmente le sue preghiere venivano esaudite. Pensò a tutte le volte in cui si era sentito terribilmente triste e, preso il suo I-pod, aveva infilato le cuffie e alzato il volume fino ad assordarsi, fino a perdere qualsiasi contatto con la realtà, fino a smarrire se stesso e, quindi, a ritrovarsi nelle note, nei testi, negli accordi di canzoni altrui improvvisamente diventate sue.

Alessandro immaginò di stilare la colonna sonora della sua vita: quanti suoni avrebbe dovuto inserire, quante emozioni sarebbero inevitabilmente state riesumate…

Ed improvvisamente un’illuminazione lo folgorò: percepì per la prima volta la portata, l’imponenza del silenzio. Si sentì gelare il sangue nelle vene rendendosi conto di cosa stava a significare quella totale assenza di suoni. Il silenzio gli faceva paura, il silenzio l’avrebbe privato della possibilità di distinguere un momento dall’altro: nessuna distinzione tra il prima ed il dopo in un mare di cecità uditiva. Aveva paura di morire, anzi no, di impazzire, in mezzo a quel nulla desolante…

L’agitazione iniziò a imperlargli la fronte di sudore e il cuore cominciò a martellargli fortissimo nel petto. TUM, TUM, TUM…

Alessandro trasalì…

TUM, TUM, TUM…

E poi finalmente capì cosa stava succedendo: riconobbe i battiti accelerati dalla paura, capì che il suo cuore lo stava salvando. La musica proveniva dall’interno, questa volta.

 

 

 

 

 

 

“Art for art sake”, Oscar Wilde

 

Sotto una sottile coltre di neve fuori stagione due ragazzi giocano tranquillamente a carte, in attesa di un treno inevitabilmente in ritardo. La sala d’aspetto della stazione semideserta di provincia è piuttosto fredda e il placido silenzio che accompagna i gelidi fiocchi in un modo del tutto magico è turbato ogni due minuti circa dalla voce metallica di Trenitalia che avvisa i viaggiatori di perdere ogni speranza: se mai arriverà il treno sarà talmente in ritardo da coincidere con quello dell’ora successiva.

I due giocano comunque a beccaccino con l’aria di persone che semplicemente non possono essere turbate…

 

Questo è l’inizio di un racconto, lo so.

Ma i racconti sono molto più facili da scrivere. Qual è la sostanza, cosa bisognerebbe ottenere se si spremesse il succo di quest’incipit neppure troppo entusiasmante?

-          ore 7.30 circa

-          stazione di Alfonsine, provincia di Ravenna

-          Due ragazzi giocano a carte mentre il treno non arriva.

Questo più che un riassunto stringato sembra un’autopsia. Credo che, ad eccezione di rari casi in cui l’argomento trattato è talmente straordinario da non richiedere il supporto della lingua, di solito il “cosa” possa tranquillamente essere messo in secondo piano davanti al più importante “come”. Forse alcuni lo considereranno triste, ma la forma è pilastro fondante della nostra attenzione: siamo indissolubilmente legati a grappoli di parole, virgole, punti di sospensione che dilatano il tempo, lo spazio, la curiosità.

La sostanza è così superflua e bistrattata che quando ce la ritroviamo di fronte, sbattuta in tutta la sua spessa materialità, non possiamo non stupirci e inorridire davanti a tanta originalità.

Mai come nel 2010 Oscar Wilde ha ragione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Orwell ha scritto: “Nulla si possedeva di proprio se non pochi centimetri cubi dentro il cranio

 

L’italiana tiene gli occhi fissi sulla parete di fronte. In realtà non la sta guardando ma mentre si perde nei meandri della sua mente sembra averli dimenticati lì, appoggiati a quel pezzo di muro candido e asettico.

Le gambe rimangono incrociate inconsciamente in una posizione che sarebbe potuta essere forse sensuale in un’altra occasione, ma non lì, dove il corpo fragile e involontariamente abbandonato a se stesso e le ginocchia sovrapposte fungono più da appoggio che da attrattiva. Le mani si perdono fra le pieghe di un giubbino marrone dall’aria costosa e i capelli sono arruffati, spettinati.

Niente di più reale, niente di più lontano dalla realtà.

Lei è altrove o almeno vorrebbe.

Non riesce a staccarsi dallo stridio dei freni: soltanto quello è rimasto ormai. Non c’è altro a verificare i suoi ricordi, a dimostrare le sue paure. Adesso non trema più, non viene costretta a inutili esami per controllare il suo stato di salute. Ormai può rimanere lì seduta a fissare il muro bianco. Ha paura dal basso dei suoi diciotto anni, sembra una bambina terrorizzata dall’assenza della mamma, dal buio, dall’uomo nero. Pensava forse di poter dominare il mondo ed ora non le rimane che una manciata di respiri rotti.

L’italiana non ha bisogno di parlare né di piangere. Magari in bocca ha ancora il sapore aspro dei superalcolici buttati giù, forse nelle vene le scorre qualche sostanza che parecchie ore prima l’ha spedita in orbita, probabilmente sui vestiti stropicciati le rimane tuttora il puzzo di una discoteca affollata. Se guardasse l’orologio potrebbe addirittura scoprire che la nottata di alcuni ancora non è finita: sono solo le 6.

L’italiana è però distante, molto più lontana da questo mondo di quando non se ne stava con gli occhi socchiusi e il corpo in movimento in mezzo a un torrente di braccia, colori e odori. Adesso ha raggiunto quel posto: non è paradiso, purgatorio o inferno. Non ci sono colpe da scontare, nessuna pretesa.

L’italiana è in attesa di sapere se e quanto il ragazzo diciottenne al di là della parete candida e asettica è vivo.

 

 

 

 

 

 

 

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Michelangelo Caravaggio, Riposo durante la fuga in Egitto, particolare dell’angelo

 

 

 

MARIA CECILIA

LA VIOLINISTA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mio violino giace protetto da una custodia blu dalla forma affusolata. Se la si apre, lo si trova comodamente disteso su un rivestimento grigio perla, e protetto da una cerniera del medesimo colore. Si tratta di uno strumento veramente leggero e fragile, e per me anche molto prezioso.

La vernice, non dello stesso marrone in tutti i punti, riporta alcuni graffietti in qua e là, che a me piacciono perchè rendono il mio strumento unico.

Per quanto provenga da una fabbrica cinese e, quindi, non consista nella produzione di un qualche famoso liutaio, consente di produrre un buon suono, grazie anche alla qualità delle corde.

A dir la verità, non lo avevo mai osservato così a lungo e, ora come ora, mi stupisco della sua perfezione: potrebbe benissimo essere diviso in due parti uguali, se non perchè sul lato sinistro si trova la mentoniera, che mi consente di appoggiarmi allo strumento.

La posizione che si assume per suonare il violino mi ricorda molto l'atto dell'abbraccio, e spesso mi sento un tutt'uno con il mio strumento.

Il particolare che mi affascina di più sono le due " f " vicino al ponticello, che permettono al suono di scaturire.

Inoltre, il punto in cui il violino si stringe, per poi riaprirsi, mi ricorda molto la vita della donne e il proseguire lungo i fianchi.

Infine, il ricciolo che si trova in cima assomiglia a un boccolo settecentesco, ed è forse per questo che i capelli ricci mi piacciono così tanto.

 

 

 

Finalmente a casa.

Durante il tragitto di ritorno dal conservatorio aspettavi impazientemente questo momento.

Non vedevi l'ora di sentire il rumore del cancello che si apriva per poi appoggiare la bicicletta e poter aprire la porta che si affaccia sul cortile.

Che soddisfazione.

E invece così non è stato.

Dopo aver suonato invano circa una decina di volte il campanello, hai capito che non sarebbe servito proprio a niente: dal momento che non ti ero portata le chiavi di casa, dovevi scavalcare il cancello.

Capirete anche voi come questa impresa sia ardua e complicata, soprattutto, poi, se sei alta 1.57 metri e il cancello quasi due.

Ma non avevi scelta, a meno che tu non volessi trascorrere il resto del pomeriggio sotto la pioggia senza ombrello.

Ti sei fatta coraggio e hai saltato per agrapparti al cancello; quindi, dopo essere passata dall'altro lato, con un altro salto, sei atterrata.

Ci sei riuscita.

Quindi hai aperto il cancello dal pulsante del cortile e recuperato bicicletta e violino.

Poi sei corsa ad aprire la porta. Per fortuna che i miei genitori non avevano attivato l'allarme!

Finalmente a casa.

Ora ti trovi in camera e leggi le imprese di Odisseo. Ti immagini un Ulisse che piange, disperato, prigioniero di Calipso. Poi, un Ulisse astuto e diffidente nel momento in cui la ninfa gli annuncia la propria decisione di lasciarlo andare, e, ancora, un Ulisse oratore nel pronunciare un discorso lusinghiero nei confronti di Nausica. Quindi, un Ulisse salvatore nell'atto di liberare i compagni trasformati in maiali dalla maga Circe....

Intanto fuori non ha ancora smesso di piovere.

Ti accorgi che la tendina blu della finestra è sbattuta violentemente dal vento contro il vetro; ti alzi per sistemarla.

Dopo aver impiegato cinque minuti buoni per questo, torni alla scrivania e riprendi lo studio; questa volta, però, aggiungi un sottofondo musicale.

Sfogliando il libro di greco scopri che le pagine da studiare sono veramente tante: per fortuna ne avrò per tutta la sera.

 

 

 

 

L'amore

 

L'amore non è niente.

L'amore è incomprensibile, non serve a niente.

Ma l'amore è tutto.

 

Per essere veramente poeta bisogna...

 

Per essere veramente poeta bisogna vedere fiumi di parole.

E' necessario saper sognare con una semplice bic in mano.

Ma, soprattutto, un poeta deve saper amare qualsiasi cosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono le ore 18.00 di un qualunque e banalissimo sabato pomeriggio.

A quest'ora dovrei già essere a casa della mia amica. Penso a una scusa da raccontarle per giustificare l'ennesimo ritardo. Potrei dire che...mi si era bucata la ruota della bici, oppure che mi ero addormentata... ma, più probabilmente, le farò credere che, ancora una volta, la responsabile del mio ritardo sia mia madre.

Mi precipito in cortile e  mi affretto ad aprire il cancello. Ovviamente accompagnata dalla mia fedele bicicletta, inizio a pedalare di corsa, ma, alla fine della salita sono costretta a fermarmi.

Sbatto le palpebre una, due, tre volte.

Poi le chiudo per una manciata di secondi.

Infine mi decido a riaprirle.

Ma non è cambiato niente. Lui è ancora lì.

Sono indecisa se prenderlo semplicemente a schiaffi o se accoglierlo a braccia aperte per poi affondargli un pugno nello stomaco quando meno se lo aspetta.

Purtroppo, ancora una volta sono costretta a smettere di sognare a occhi aperti, e mi decido per un semplicissimo "ciao" accompagnato da un sorriso forzato.

Almeno adesso ho una giustificazione plausibile per il mio ritardo! Racconterò alla mia amica che l'ho incontrato per caso e che ciò mi ha lasciato molto turbata e mi ha impedito di pedalare velocemtente.

E speriamo che ci creda!

Tolgo le mani dai freni e metto i piedi sui pedali per ripartire.

Ma, sul più bello, lui se ne esce fuori con un "no, aspetta" che mi lascia senza parole.

Quindi, le mie guance, rendendosi conto che non so cosa dire, pensano bene di venirmi incontro diventando paonazze: così gli posso comunicare i miei sentimenti senza tuttavia dover ricorrere all'uso della parola!

Ed è proprio in questi momenti che mi seppellirei.

Seguono i dieci secondi più lunghi della mia vita durante i quali nessuno dei due apre bocca.

Poi passa un suo amico che gli urla dall'altro lato della strada di ricordarsi dell'appuntamento di quella sera.

Dopo gli ultimi accordi, lui mi si avvicina un po' ed esordisce con un "scusa".

Al che io lo rassicuro dicendogli di non preoccuparsi.

Ma, evidentemente, l'ho frainteso, perchè muove la testa da destra a sinistra come se volesse dirmi " no! ", e sorride.

Poi prende un respiro talmente grande da farmi temere che non resti abbastanza  ossigeno per me, e dice: " No, voglio dire, scusa. Scusa per tutto. Tutto quanto."

Adesso sono davvero spiazzata.

Gli rispondo con un " Ah..." e gli chiedo come mai gli sia frullato per la testa di parlarmi proprio oggi, adesso, così, all'improvviso.

La cosa che mi stupisce di più è che non mi ha scritto uno dei suoi soliti messaggi chiedendomi se ero arrabbiata con lui. Questa volta è davvero riuscito a stupirmi: finalmente mi ha parlato di una questione importante faccia a faccia.

Mi dice che ha riflettuto, mi ha pensato, si è vergognato dei suoi comportamenti passati e si è reso conto di provare molti rimpianti.

Ora lo guardo fisso negli occhi e cerco di appurare la sua sincerità.

Esploro nel profondo, e capisco che questa volta è davvero cambiato.

Mi ritornano in mente tutte le altre volte che l'ho guardato così, e penso a tutto quello che ci è successo. Troppi odiosi " tira e molla".

Ma ora è qui, davanti a me, e mi sta chiedendo scusa.

Me lo ripete ancora, e osservo la sua bocca aprirsi e chiudersi, e assumere forme diverse a seconda della vocale da pronunciare.

Anche questa volta sono pronta a perdonarlo.

 

 

 

 

 

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Caspar David Friedrich, Signora alla luce del tramonto

 

 

ALESSANDRA

L’INCOLUME

 

 

 

 

 

Penso che, fortunatamente, la persona non si limiti solo all’amore per una singola passione. Si amano talmente tante cose nella propria vita!..di ambiti diversi, di periodi diversi, per ragioni diverse!

Prenderò perciò uno dei miei amori, uno a caso. La prima cosa che nella mia stanza attira l’attenzione... ecco! Cime Tempestose, Emily Bronte.

Un amore, uno dei tanti della mia vita, è sempre stata la lettura. Spesso è l’amica che non rischia il contagio nel mio letto raccontandomi una storia, quando sono malata... l’amica che non smette mai di insegnarmi qualcosa, che mi accompagna in avventure ed esperienze di vita che  non ho mai fatto, e probabilmente mai farò!

La bellezza della lettura sta nella capacità di coinvolgimento che hanno quelle parole scure sulle pagine dure e giallognole, o bianche e sottilissime, quelle pagine dall’inebriante odore di saggezza.  Il conforto che spesso trovo in quelle pagine, lo trovo in ben poche persone ,  e difficilmente in qualche altra attività. La lettura è in grado di portarti via dal mondo in cui vivi, ma anche di farti soffermare e pensare, alla  realtà che ti circonda, facendotela vedere magari dall’angolazione più giusta, più luminosa. Mi alleggerisce l’anima mentre me l’arricchisce.

Devo dire, purtroppo per me, che non è altrettanto dolce l’odore dei libri scolastici, tantomeno la loro funzione. Forse perché ho la convinzione che la vera saggezza non sia in loro. Loro sono una sorta di base di partenza. Le vere emozioni, i veri insegnamenti ce li dà la vita, ce li dà un sorriso, o un pianto, cose che io ritrovo spesso nella lettura, nei miei libri..

Questo è il coinvolgimento di cui parlavo: il saper  vivere davvero anche in un libro. Trovarci dentro una vera vita. Per questo amo leggere. Impara a farti coinvolgere   dalla/nella   tua stessa realtà. E la felicità, sta proprio nel farsi coinvolgere, in questa strana esistenza.

 

 

 

Era in ritardo, terribilmente in ritardo. Fosse stato per i suoi pensieri veloci che le scorrevano in testa, sarebbe già stata lì, di fronte ad Andrea, in quel piccolo bar immerso nel verde del parco, col le urla dei bambini che litigavano tra loro, sui giochi, a pochi metri da loro. Ma i suoi pensieri correvano, e il corpo, seppur leggiadro e privo di alcun difetto, non gli stava dietro, non riusciva!

In un solo secondo le parole CAPELLI-FERMAGLIO-SCARPE avevano tagliato il traguardo, mentre le mani scarne cercavano ancora la spazzola.  La mente volava, il corpo era come bendato, cieco, confuso.

Le lunghe ciocche rosse rendevano il suo volto luminoso, vivido. Erano liscissime, che a toccarle era un piacere, scendevano giù, morbide, quasi a difesa di quel vitino stretto, scoperto da un’eccessiva scollatura dietro la schiena. Una ciocca, ribelle, era caduta in avanti, le copriva il visetto candido, incorniciava uno dei due zigomi, delicato, affatto sporgente...

Quegli zigomi, sembrava fossero stati affidati a un pittore, che li aveva colorati con delle deliziose macchiette, ora più grandi, ora quasi invisibili, che parevano unirsi assieme a formare una nuvoletta proprio lì, a sinistra del naso piccolo, quasi troppo, in quel volto d’angelo.

Le mani svelte, bianche lattee, di un bianco innaturale, riacchiapparono volenterose la ciocca ribelle, la riportarono al suo posto, dietro, con le altre. Eccole tutte assieme, rosso fuoco, legate da un elastico dietro la nuca, pieno di fronzoli, decorazioni, che spezzava la perfetta linearità di quei capelli.

 

OMBRETTO, TRUCCO, PROFUMO.

Ed ecco le braccia protese, e le mani che si gettano rapide su quel cofanetto, bianco, sporco dopo i mille utilizzi.

Si leggevano negli occhi la fretta, il ritardo che cercava di attenuare, si leggeva la vanità che aveva nel cuore. Bellezza, le serviva altra bellezza. Non le bastava quella che aveva. Profumo, altro profumo. Toglieva naturalezza alle curve intonse del suo collo.

Quel giorno, lei si attrezzava, risoluta come sempre, si armava di fascino, bellezza, decisione, questo le sarebbe servito in quel pomeriggio. O almeno così credeva.

Si scordò però, nella foga del riguadagnare tempo, la sua purezza, la sua umiltà, la sia umanità di giovane donna. Proprio lì, accanto al mascara viola appariscente, non immaginava che ne avrebbe avuto terribilmente bisogno, tra quei tavoli e le urla, a Parco Neroni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Vincent Van Gogh, I girasoli, particolare

 

 

MATILDE

LA RIDENTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È nota a molti la mia passione per la musica come ho già detto precedentemente, e,in particolare la mia “dipendenza”  dal mio i-pod. Proprio giorni fa,anzi ,a dire la verità circa tre settimane fa, mi trovavo nella mia solita pausa tra un compito e l’altro ad ascoltare la musica del mio amico del cuore, immersa tra i miei pensieri e le mie preoccupazioni..quando ..track!cade..nooo! proprio sul più bello della canzone, la mia parte preferita! Lo raccolsi con indifferenza, fingendo che non fosse successo niente,e sperando che non mi avesse abbandonato. Purtroppo i miei desideri non si avverarono: infatti lo schermo era completamente nero,e privo di segni di vita. 

Cercai di riattivarlo spingendo qualche tasto, ma niente, il mio amico non si risvegliava!
Così lo dissi alla  mamma, che, conoscendo la mia delicatezza con gli oggetti di valore, non si stupì affatto ed esordì  con un:”te l’avevo detto!”,e altri rimproveri simili. Portammo insieme lo strumento a riparare e i tecnici assicurarono  che la mia astinenza non sarebbe durata a lungo. La conclusione non è stata così rosea: non  vedo  l’i-pod da tre settimane, e i miei genitori sono costretti ad ascoltare tutti i giorni le mie canzoni attraverso il computer,  

E sperano che io non rompa anche quello.

 

Non ho mai riflettuto sul concetto di musica,

Mi limito solo ad ascoltarla, immersa nei miei pensieri e preoccupazioni . Se guardo sul vocabolario, la prima definizione che mi si presenta è “arte di combinare più suoni  in base a regole definite, diversa a seconda dei luoghi e delle epoche. ”se invece non mi limito solo a descriverla in termini tecnici,la musica non mi si presenta solo come una sequenza di note che danno origine a una melodia, ma è emozione, avventura, capace di farti viaggiare con la mente e con il cuore in luoghi proibiti o in momenti passati. La musica è senza tempo, Se dovessi rappresentarla, disegnerei note, tutte diverse l’una dall’altra e con colori differenti, perché racchiude in sé colore e fantasia.

La musica è anche una necessità.

 

 

Ritengo che per essere davvero poeti sia necessario sapere sognare, vedere la realtà con occhi diversi rispetto alle altre persone, imparare ad accettare le critiche, consapevoli di non essere soli, ma unici.

L’amore è la capacità di volere bene ad una persona, e desiderare di stare con lei tutta la vita.

 

 

 

 

 

 

 

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Marc Chagall, Gli amanti

 

 

GIULIA

LA VOLPE

 

 

 

 

 

 

La risposta ora è più complicata

 

L’ho sentita! L’ho sentita! IO l’ho sentita! L’ha sentita il vecchio che legge il giornale al bar! L’ha sentita la ragazzina che mangia il gelato! L’ha sentita l’impiegato che accende il computer! E la massaia! E il cameriere! La commessa! Il calzolaio! La gelataia, il carpentiere, il giornalista, lo scrittore! La segretaria, il postino! Il dirigente! Il direttore!

L’hanno sentita tutti! Risuona ancora nell’aria…

RI – VO – LU – ZIO – NE…

RI! VO! LU! ZIO! NE!

È quella morsa che stringe lo stomaco e toglie l’aria ai polmoni!

È quel battito di farfalle che manda in tachicardia il cuore!

È la tempesta di onde che schiantano sulle rocce del promontorio!

È un caleidoscopio di colori che dipinge il sorriso su ogni volto!

È la libertà! È il cuore leggero, il pensiero libero, la parola senza catene, è la massa che si unisce!

Io ero uno e sono dieci, sono cento, sono mille in una volta! È un abbraccio caldo che circonda la folla!

 

Io l’ho sentita, l’han sentita tutti. Ha bussato un attimo, ha cozzato contro il muro,